giovedì, ottobre 21, 2004
L'Ultimatum di Mastella: "L'Udeur vuole un candidato alla presidenza di una regione, altrimenti finisce male!" Il Diktat ai 'Naviganti' tramite l'AgenParl.

Clemente Mastella è da troppo tempo nell’agone politico per non sapere che le cose che si trascinano troppo a lungo producono odore di bruciato. E fiutato il pericolo, il leader dell’UDEUR non ha perso tempo per lanciare un avviso ai naviganti tramite l'Agen Parl, agenzia di stampa parlamentare, cioè fuor di metafora ai compagni di cordata. “Noi vogliamo un candidato alla presidenza della regione Basilicata, ma ci sono anche Abruzzo, Calabria e Campania…”. Come dire: ci accontentiamo della regione più piccola, ma siamo pronti anche per altre soluzioni. E per ribadire che la pari dignità invocata per l’UDEUR vale anche per le altre componenti, Mastella fa sapere che ritiene del tutto legittima la richiesta di Rifondazione Comunista di voler candidare Niki Vendola alla regione Puglia. E aggiunge significativamente: “Per il momento non c’è ancora accordo e se la cosa si trascina rischia di finire male”. Più chiaro di così... ma noi, dall'alto dei super partes ci chiediamo: ma sarà vero, o è solo un altro trucchetto mastelloide per ripuntarsi addosso tutti i riflettori mediatici e politici del paese e fare in modo da rendere genuflessibile qualsiasi schieramento?

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giovedì, ottobre 21, 2004
La politica dei disfattisti. Alcune frange di Forza Italia sono scettiche sull'esito positivo della prossima tornata elettorale regionale.

“Le regionali del prossimo anno per noi non andranno bene”. L’ha detto all’AgenParl un parlamentare di Forza Italia non di secondo piano, che ovviamente è voluto restare nell'anonimato. Ed ha aggiunto: “Però speriamo di recuperare alle politiche del 2006”. Ma nell’incertezza del trend elettorale - come ha ammesso Silvio Berlusconi - “è meglio modificare il maggioritario che potrebbe penalizzare noi e avvantaggiare la sinistra”. Tanto è vero che gli unici ad opporsi fermamente all’introduzione del proporzionale sono i diessini e una fetta della Margherita. Massimo D’Alema, che viene considerato uno dei padri del Mattarellum, sostiene che con il proporzionale l’Italia tornerebbe in “una situazione sudamericana, tipo anni ‘60”. In realtà la cultura del centralismo democratico difende l’attuale legge elettorale perché consente alle segreterie dei partiti di paracadutare nel Parlamento i propri uomini. Serve inoltre a preconfezionare i rapporti di forza fra i partiti di ciascuna coalizione. Con la medesima mentalità il partito di Gianfranco Fini si oppone al proporzionale che viene considerato anche, se corredato dalle preferenze, come elemento di affermazione delle correnti interne di partito. Come ad esempio si è visto alle Europee, quando la Destra Sociale ha bloccato le preferenze sui propri candidati, impedendo la rielezione di Franz Turchi, che era stato l’uomo più rappresentativo di AN nella precedente legislatura europea. Forza Italia, come si è detto, è disposta ad aderire al proporzionale, ma il Cavaliere non pensa affatto a concedere le preferenze, appunto per lo stesso motivo che anima Fini su questo argomento. L’UDC, al contrario dei suoi più importanti alleati, vuole invece proporzionale e preferenze, concordando su ciò con i centristi della Margherita e dell’UDEUR, nonché con i partiti della cosiddetta Sinistra Alternativa.

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martedì, ottobre 12, 2004

La Provincia Sannita: che tristezza!

AgriArt, AgriFlop, AgriAngoscia, AgriPalle!!

Dio mio quant’è noiosa, tediosa, inconcludente, asfissiante, irriverente e gratuita la politica sannita.

 

Ma è possibile che chi ci rappresenta in seno alle istituzioni non abbia null’altro da fare che tediarci dalla mattina alla sera con polemicucce gratuite degne delle migliori osterie paesane? Ma è possibile che le migliori intenzioni proclamate, ribadite e sottolineate durante le campagne elettorali debbano così miseramente adeguarsi a faide politiche localizzate frutto di livore e vendette personali della più bassa delle leghe? Ma è mai possibile che sullo scontro irrazionale su circostanze che rappresentano solo ed unicamente eventi, Cerreto Sannita docet, si possa far lucrare editori ed edicolanti, beffandosi dell’intelligenza collettiva e abusando della pubblica pazienza? Ma vi pare mai possibile che il Sannio debba crescere sulla scorta di argomentazioni tribali perché quelle reali rappresentano un impegno concreto ed attivo, termini rimossi dal vocabolario politico della nostra terra?

Vi sembra giusto che tutti noi cittadini siamo costretti ad essere informati su argomentazioni che possono tangere al massimo la nostra ilarità, ma sono ben lontane dal nostro tornaconto?

Non ci sembra proprio di essere andati a votare affinché gli eletti si raccontassero quotidianamente le “corna”; viceversa il nostro voto doveva essere finalizzato ad eleggere dei rappresentanti che potessero prendere per mano, nel senso reale e non figurato del termine, la nostra provincia ed accompagnarla verso uno sviluppo adeguato, sostenibile e produttivo per tutti.

Ma è evidente che in provincia di Benevento la polemica pubblica e privata ha sostituito il confronto, tramutando le idee in pure battute di spirito utilizzate per sdrammatizzare in caso di evenienza.

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lunedì, ottobre 11, 2004

Prodi, il figliuol prodigo. “Padre perdonate: ho molto peccato”. Il leader ulivista chiede udienza al Papa, dopo il gelo del suo mandato europeo.

 

Osannato e beatificato dal marxismo tricolore, il Compagno Romano da Bologna, in vista degli onori dell’altare politico italiano, e certo di impersonificare l’anti demone di Arcore, ha pensato bene di riannodare i surgelati rapporti con il Vaticano, bruscamente interrotti durante il suo mandato alla presidenza dell’Unione Europea.

La Chiesa, per la verità, non è stata mai il forte del professore, forse le sue convinzioni politiche sono troppo rigide alle leggi dell’aritmetica elettorale per aver un saldo concetto di qualcosa che non fa piacere ad alleati considerevoli e numericamente compatti.

E visto che il Santo Padre non ha avuto alcuna intenzione né di vederlo, né di sentirlo, allora è stato lui stesso, in questi giorni, a chiedergli, in maniera indiretta, udienza.

Il ‘Giornale’, quotidiano milanese, nell’edizione di oggi titola: “Tutti i guai di prodi con il Vaticano”, enucleando uno alla volta tutti i misfatti che hanno condotto alla caduta della sua immagine agli occhi della Chiesa.

Ma al di là delle “pressioni” e delle “vicinanze alle lobby massoniche”, al di là della voluta sordità sulla questione legata alle Scuole cattoliche, a prescindere dal mancato inserimento delle “radici cristiane” nella costituzione europea, la profonda ferita aperta dal leader ulivista con la Santa Sede rischia adesso di incancrenirsi con l’approssimarsi della tornata politica del 2006. Allora giù ago e filo a cercar di rattoppare lo strappo con la Santa Madre Chiesa. Perdere i voti dei cattolici professi, come dei prelati e di tutta quella sfera che gravita intorno ad essi vuol dire restare all’opposizione vita natural durante. Ma il problema, però, resta sempre lo stesso: come spiegare all’intellighenzia ecclesiastica che il centro sinistra è solo una sinistra che guarda a centro e non viceversa? Come spiegare a chi non è affatto sprovveduto molte posizioni politiche ed istituzionali che troppo contrastano la stessa posizione della Chiesa? Come cancellare dalla memoria del Santo Padre l’ostruzionismo sinistroide per la questione legata alla Scuola cattolica? Come poter far delle promesse in assenza dei veri timonieri della sua nave? Lo scaltro professore si troverà stavolta sprovvisto della solita pacata e ondulante loquacità dovendo fornire troppi perché e non potendo inserire alcun se. Da non dimenticare, poi, lo spostamento dell’asse della coalizione tutto a sinistra, cosa che ha finito di aggravare i rapporti tra l’ormai ex presidente della commissione Ue e la Chiesa. Lo stato di cose, dopotutto, ha procurato a Prodi la mancata partecipazione, perchè non invitato, alle giornate sociali organizzate a Bologna dalla CEI. Un brutto segno, diremo pessimo, per comprendere l’abisso che si è spalancato tra il quasi certo pretendente al trono di Palazzo Chigi e la Ecclesia romana. Deludere la Chiesa da primo ministro, per poi annullarne le radici da presidente della commissione europea ha dunque prodotto i suoi risultati, tant’è, sic rebus, che mai come adesso Prodi non potrebbe essere per la Chiesa Italiana una garanzia né istituzionale nè etica. Viceversa lo è per la politica, per la partitocrazia ulivista, per quegli schieramenti ideologici per i quali lo scrollarsi di dosso la spada di Damocle rappresentata dalla morale cristiana, significa poter tornare a gestire un potere ludicamente concepito, e finalizzato a far dell’Italia un nuovo campo di battaglie sociali, sindacali e proletarie.

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domenica, ottobre 10, 2004

Pera e la grande Mela. Le riflessioni del presidente del Senato e la furibonda reazione chimica dell’opposizione DS. Aveva ragione Mastella a chiedersi: “Andiamo verso una terza Repubblica?”

  

Scudisciate e improperi, come nella migliore tradizione comunista per Marcello Pera, presidente del Senato Italiano e seconda carica dello Stato, reo di aver detto la verità, di aver espresso una sua opinione, una riflessione ponderata e realistica sulle vicende mediorientali a margine di un convegno sul Pensiero Filosofico a Palermo e riportate dal quotidiano ‘Il Giornale’ del 10 ottobre 2004. Ma lui, “il crociato”, come definito dagli agguerritissimi parolieri post comunisti, diventa la ‘patata bollente’ di una sinistra divisa su tutto, spaccata dal di dentro, sognatrice ed egemone, virtualmente già in possesso delle chiavi di Palazzo Chigi.

“Bisogna prendere coscienza che l’Islam radicale vuole la Guerra Santa”: una verità sconcertante, ma pur sempre una verità, alla quale qualsiasi aggettivazione diamo, non cambierebbe il senso visibile ed incontrovertibile del dato di fatto.

Al di là delle velleità oniriche di tornare a governare l’Italia suffrattando la bestialità  di Al Queda e le continue stragi per le quali i governi di tutto il mondo, oltre a quello italiano sembrano inermi, l’ala a sinistra della coalizione prodiana segue pedissequamente l’adorato Kerry, il più volte osannato Zapatero, il beatificato Chirac, e tutti quei governi che pur di mantenere il potere saldo e intoccabile volutamente sottovalutano questa nuova falce del terzo millennio che ogni giorno miete il suo grano ed inzuppa questa nostra Terra di sangue.

Al contrario, il lasciare le cose come stanno, abbandonando l’idea di esportare la democrazia come concetto politico, e non come imposizione imperialista, sembra voler riaffermare quel primato occidentale per il quale la nuova formula di jhiad è stata proclamata.

Che “il nostro continente addossi agli USA tutto il peso della lotta al terrore” non è una banalità espressa da un filo americano convinto, è una triste realtà constatabile anche attraverso la aritmetica mortuaria di questi mesi.

Ma l’Ue di Prodi non avrebbe mai esposto più di tanto un continente per arginare il fiume di sangue che anche in Europa ha prodotto rivoli sostanziosi. Questo avrebbe significato perdere la fiducia della sinistra italiana, e quindi perdere il treno sul quale salire da conducente.

“Saremo uniti senza cedimenti per battere il terrorismo”, urla Casini; ma poi, in realtà, non abbiamo che farcene delle unioni occasionali e di facciata volte a far credere che quel “duro scontro di idee” che è la democrazia secondo Ciampi, sia in effetti la costruzione di un fronte comune per la lotta al terrore fondamentalista che non risparmia nessuno, nemmeno i paesi neutrali come la Francia.

Quale strumentalizzazione migliore, allora, che non marciare sul terrore globale, giungendo a fare paragoni tra Pera e Bin Laden come insegna il poco moderato Angius che, in quel di Palazzo Madama ha un solo scopo politicamente riconosciuto: abbattare Berlusconi ed il suo governo filo americano e anti rivoluzionario, dagli interessi ben noti, come se quelli degli altri fossero diversi.

Ma smettiamola con questa politica radical chic dei batti e ribatti, dei tira e molla, delle idee rattoppate al momento per confondere ed aggiogare, della politica sovrana del popolo, con questa sinistra ancora arroccata sul muro di Berlino a gestire interessi esclusivi d’elettorato, con un centro destra che dopo aver schiacciato emula gli schiacciati, con una politica interna come  estera schiava di franchi tiratori e improvvisati golpisti, di leggi che vanno avanti a botta di voti di fiducia perché diversamente sarebbe il far west, di maggioranze bulgare e minoranze australiane, della falsa costernazione collettiva istituzionale solo in caso di calamità, per poi tornare a scannarsi su argomentazioni che comunque rappresentano una calamità sociale, di politici o definiti tali per i quali il ‘do ut des’ è solo una definizione da cruciverba.

L’Italia ha bisogno di ben altro, magari proprio di quella grande casa dei moderati per tornare a far proprio il concetto di sviluppo reale non solo delle cose, ma anche delle persone. Un PPE che possa riconciliarsi mediante il ritrovamento di quegli ideali che in passato hanno reso l’Italia economicamente e produttivamente forte e competitiva.

Da quando la politica italiana si è tramutata in una mera guerra tribale (o bipolare come dir si voglia, basta guardare qualche diretta da Montecitorio), lo sviluppo e la crescita del nostro stivale sono divenuti chimera. Allora ha ragione Clemente Mastella nel chiedersi se stiamo andando verso una terza Repubblica, un ritorno alle origini, in pratica, a quelle origini quando assumersi delle responsabilità politiche o istituzionale significava garantire al Paese la presenza costante e attiva di tutti a servizio di tutti.

Solo in questo modo il terrorismo, l’estremismo e lo stesso odio tra civiltà potranno essere placati mediante la vera coesione, il vero dibattito, la vera diplomazia, e non quella mal celata, il vero dialogo, in un’unica vera identità globale.

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