venerdì, novembre 26, 2004

“Benevento e il Sannio locomotiva dello sviluppo”. L’Istat beatifica l’occupazione: “Sannio da record”. Ma quale, quello degli ologrammi? Benevento, il neo cantone svizzero nella Campania dei record al contrario.

 

In politica le premonizioni non hanno senso, gli exit pools nascondono stratosferiche delusioni, gli orientamenti elettorali rappresentano l’handicap della statistica come scienza, per cui è sempre difficile argomentare sull’umore pubblico senza considerare i fatti.

Un esempio tra tutti di drammatizzazione pre,in e post elettorale è rappresentato in Italia dalla regione Campania, simbolo di ciò che demagogicamente chiamiamo politica.

Una area geografica elettoralmente blindata; feudo secolare di Mastella e passata nel filtro del “nuovo” modo di far politica emerso dalle urne nel 2001 a livello nazionale, e schiava da sempre di input, placet e niet distribuiti con immensa avarizia come con cosmico dispendio.

La Campania come paradosso di idee sottolineate e mai espresse; di potenzialità umane certificate e mai valorizzate; di grandezze decantate e mai debitamente sponsorizzate.

E mentre lo scaltro sottosegretario al Lavoro applaude il Sannio sulle colonne della carta stampata come fulgido esempio di ‘cantone’ tricolore, la regione affonda nelle sue percentuali di disoccupazione record e di mala gestione pubblica da record.

E’ evidente che la gioia smisurata del sottosegretario di stato ed ex sindaco di Benevento è riferita a qualche sporadica assunzione sponsorizzata dalla politica, a fronte delle decine di migliaia di giovani che ciondolano quotidianamente.

Le buone intenzioni dei politici promoter, dei parlamentari ridotti a meri numeri su scranni istituzionali, le aspirazioni dei giovani e le magre disillusioni post sufragio rappresentano l’unica vera ‘conditio sine qua non’ avrebbe senso chiamarla Campania.

Allora, e stando a queste poche considerazioni, frutto di una visione realistica delle cose, potremmo rivolgere al rappresentante del governo un solo semplice quesito: “Il Sannio nelle sue affermazioni è un po’ una Svizzera campana. Può provarlo?”

Ovviamente il quesito conclusivo, per essere fagocitato da addetti e non ai lavori, dovrebbe essere corredato da nomi e cognomi, aziende che hanno assunto, dove hanno assunto, di che si occupano, l’elenco dei promoter di cotanto benessere e se tali assunzioni sono state condizionate dall’obolo delle agenzie di ‘main power’.?

Sarebbe oltremodo interessante approfondire questo argomento anche in considerazione del fatto che le altre province ignare di tanta manna possano almeno imitare la tanto decantata escalation del Sannio.

E’ proprio questa volontà di propinare ologrammi di realtà non concrete a determinare orientamenti avversi e oscillazioni di consensi che, già da tre anni a questa parte hanno provocato la più che diminuzione dell’indice di gradimento della deputazione campana di maggioranza, rea di una incapacità sostanziale a promuovere il territorio ed i suo inquilini.

Il cambio generazionale, oltre che di colore nella politica nazionale voluto e conquistato nel 2001, si è andato lentamente trasformando in disaffezione e disillusione da parte degli stessi elettori artefici del cambiamento che, ovviamente, attendevano di essere valorizzati, promossi e magari anche aiutati nel labirinto a forma d’imbuto del mondo del lavoro.

E questo è un dato di fatto, diversamente dai trionfalismi da Sannio “traino” dell’economia regionale, e con un pizzico di fantasia in più, nazionale.

In questo senso le propagande dei due poli si assomigliano molto, specie se si considera alcune certezze che sono tali solo per pochi illuminati.

La nostra tara ereditaria è proprio rappresentata da questa infausta circostanza: vivere la nostra vita , le nostre aspirazioni, le nostre legittime necessità di emergere chiusi in palloni aerostatici gonfiati con l’aria delle promesse e delle illusioni oniriche del politico-promoter di turno.

E’ questa l’unica vera bilancia che governa l’orientamento elettorale, intelligenza malgrado.

 

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martedì, novembre 23, 2004

Mastella "ridens". In attesa della corsa solitaria, gongola il segretario nazionale dell'Ap-Udeur sbeffeggiando il governo e la sua coalizione politica. "L'esecutivo si regge solo su baratti e ricatti". E  lui su cosa si regge? 

Un gongolo sfarzoso quello ostentato da Clemente Mastella, beneventano doc con l'hobby dell'alchimia, politica ovviamente. In alcune dichiarazioni rese all'AgenParl (l'agenzia di stampa parlamentare), il leader del Campanile non ha risparmiato critiche, irradiando strali dalla gratuità tutta tricolore. “Adesso è chiaro a tutti, perchè lo ha ammesso lo stesso Presidente del Consiglio, che le tasse verranno abbassate solo per cercare di riguadagnare consensi e non nell’interesse degli italiani che, infatti, finiranno per pagare salatamente la sondaggite del Cavaliere”. Così il segretario dei Popolari-Udeur, Clemente Mastella, ha commentato le dichiarazioni di Berlusconi osservando che “se i soldi non c’erano una settimana fa, non ci sono nemmeno adesso. Non si comprende quindi dove il Presidente del Consiglio pensi di trovare la necessaria copertura finanziaria”.“Quanto alla minaccia di elezioni anticipate - ha concluso Mastella – è evidente che oramai non c’è più una maggioranza e che il governo si regge solo su baratti di poltrone e ricatti”.

E' più che mai strano sentire alcuni ragionamenti fatti proprio da un attore in causa, le cui accuse, ad alterno turno, girano a destra come a sinistra. Saranno forse queste le prove tecniche circa possibili corse autonome che permetterebbero allo scaltrissimo ceppalonese di menar' fuoco e fiamme dall'una e dall'altra parte indistintamente?.

Un fatto è pur vero: all’interno della coalizione di centro sinistra, tra Gad dipendenti e listino-sospesi, tra prodiani doc e bertinottiani col basco, il buon Clemente è stato radicalmente spazzato via dai pensieri degli amici/nemici di sempre, una specie di Arafat italiano che, pur contando molto limitatamente alla Campania, nel resto d’Italia, riveste il ruolo del birichino prepotente sempre ed eternamente perifrastico alle sue intenzioni.

Ma ciò che più di tutto ha seminato il panico nei tanti amici ex balenotteri non è tanto il fatto del mancato passaggio dell’uomo Mastella in una coalizione più confacente alla sua indole di moderato, ma le ultime bordate con le quali il politico sannita ha affondato la sua stessa nave scuola. "L'esecutivo si regge solo su baratti e ricatti", ha tuonato il poco ‘clemente’ Mastella, e lo ha detto convinto di quello che affermava, ben radicato nell’idea che ha dato fiato all’emozione.

E’ ovvio che a Benevento, come a Napoli, come a Montecitorio, il cui transatlantico conosce ben distintamente da secoli il suo passeggio nervoso, si  saranno chiesti disincantatamene: “…ma perché lui su cosa si regge?...”.

Una domanda amletica, questa che avrà pervaso le stanze della provincia di Benevento come di Palazzo S. Lucia, come di quella infinità cosmica di enti locali e istituzioni nelle quali il caro buon Mastella è onnipresente con uno o più trottisti pronti a fare il bello e cattivo tempo.

Allora sarebbe tempo di donare qualcosa di unico alla storia, magari un Clemente contro tutti, e solo allora, con il senno di poi, tracciare una linea di demarcazione per dividere la politica delle intenzioni dalla politica dei fatti.

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lunedì, novembre 15, 2004

“Giornalisti”: La rivista di categoria. Chiediamo più attinenza alla realtà della professione, e meno professione di fede e confusione. La lettera inviata alla redazione romana del periodico.

 

Egregi colleghi di “Giornalisti”,

leggo volentieri la rivista che mi giunge a domicilio a cadenza periodica e mi congratulo con voi per l’analisi puntuale dei problemi generali della professione, come per alcune inchieste che meriterebbero di essere sottolineate con più forza; e mi riferisco alle pagine “Precariato Nord-Sud”.

In detta rubrica si analizzano problemi veri e sofferenze morali e materiali inimmaginabile  a confronto con le altre realtà europee.

Diciamocelo francamente, caro Paolo Serventi Longhi, la nostra gloriosa professione è ormai divenuta lo sfruttamento autorizzato delle forze giovani, la disillusione dei grandi sogni, esclusivo viatico verso il precariato più buio, o più semplicemente, un modo come un altro per fare la fame.

La vera professione, quella fatta di lavoro e soddisfazioni, immagine e solida economia, è riservata ad un minuscolo gotha che si intrufola nel mondo dell’informazione che conta. Mi scuso per quest’ultima dicitura, come se tutto il resto dell’informazione nel bel Paese fosse spazzatura. Non lo è di certo, ma non ha la potenza politica o economica tale da poter contare nel panorama della comunicazione pubblica. 

In questo senso ed in considerazione della brevissima analisi, frutto di un mio personale punto di vista, per altro condiviso da tanti, chiedo a voi di soffermare lo sguardo sulla professione vera e propria, cioè su quella celata nell’anonimato di un lavoro extra nero, condito di sfruttamento redazionale e gratuità forzata. Di andare al di là delle frontiere del tutto ‘va bene’, del deontologico, del professionismo come agognata meta, perché il giornalismo in Italia non è questo.

Se dalle redazioni di tutte le pubblicazioni quotidiane o periodiche in Italia togliessimo i precari, gli scugnizzi dell’informazione, i disillusi e gli sfruttati, le edicole sarebbero miseramente vuote.

Allora, se invece di parlare univocamente di questioni acclarate, di problemi che potrebbero tangere solo a quella categoria di opulenti che oltre ad un solido stipendio accumula anche una sostanziosa pensione, invece di proclamare leggi e regolamenti che suonano miseramente sterili alle orecchie di chi oramai la professione la intende come una chimera, sarebbe il caso di approfondire quei problemi che nessuno ha il coraggio di argomentare.

Mi riferisco, ovviamente, a molteplici questioni che stanno a cuore a tanti giornalisti come me che la professione la svolgono perché la amano profondamente e  perché, forse in fondo, “solo questo sanno fare”.

Perché allora non si approfondiscono, ma con le dovute maiuscole, la questione relativa all’accesso alla professione come alla ancora stupida e insensata differenza tra giornalisti professionisti ed i pubblicisti che nel primo olimpo non hanno modo di entrare (per i motivi arcinoti a tutti) se non con visita guidata dello stesso Zeus.

Perché non approfondire un argomento collegato al primo che riguarda i contratti di lavoro, sempre più miraggio di massa e meta dei soliti ignoti.

Perché non spiegare pubblicamente, attraverso una rivista di categoria come ‘Giornalisti’, il grande bluff della legge 150/2000 sulla comunicazione istituzionale che, da mannaia degli enti pubblici si è trasformata in elemosina per noi giornalisti. Perché non colmare, almeno con le parole, l’astronomico gap che esiste tra un tariffario nazionale dell’Ordine e la realtà cruda e nuda dei compensi percepiti per lo più in nero. Perché non affrontare la questione delle quote annuali da devolvere a mò di obolo votivo presso gli ordini regionali e le varie associazioni sindacali della stampa, non ottenendone nulla in cambio, se non la sopravvivenza economica di tali istituzioni e gli stipendi ai vari quadri.

Perché non affrontare questi ed altri problemi,  girandoli magari ad esperti del settore, giuristi o comunque competenti sindacali invece di argomentare sempre sulle stesse situazioni senza per altro mai risolverle o almeno porci nelle condizioni di capire gli effettivi limiti di una professione che in Italia ha scorato già troppe persone?

Nel salutarvi cordialmente porgo a tutti l’augurio di un sereno e proficuo lavoro.

Rosario Lavorgna

 

 

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giovedì, novembre 11, 2004

Il centro sinistra in Italia si è accorta dei gay e della realtà che essi rappresentano in tutto il Paese. A prescindere dai rappresentanti di questo orientamento sessuale presenti in Parlamento, l’opposizione al governo nazionale sembra voler ripartire da Wilde, con in più una attenta analisi su inclinazioni e percentuali.

 

Che l’omosessualità maschile e femminile sia una concreta realtà , questo è un dato di fatto, ma ciò che invece si vuol far passare per tale è la volontà sovversiva di imporre leggi, per così dire, contro la morale costituita, oltre a quella cattolica.

Un esempio di questa situazione paradossale potrebbe essere il furibondo diverbio avuto tra i DS bolognesi ed il locale Arcivescovo, tanto da giungere a pensare che il cattolicesmo non è oggi minacciato solo da un fondamentalismo di tipo islamico, ma anche da una idea sovversiva ultra moderna che tende a minare le fondamenta della società che si riconosce cattolico cristiana.

E’ più che probabile che l’attuale impostazione dell’emisfero comunista stia dando un ben assestato colpo di spugna all’idea subumana che, ad esempio, avevano i gestori dei gulag, in fatto di omosessuali.

Questa attitudine un po’ buffa, per la verità, di voler transitare un concetto dal medioevo del marxismo operaio e di classe, ad una modernità cibernetica in cui la società galleggia tra i suoi vizi e le sue virtù, rappresenta una nuovissima linea politica che da Bruxelles si sta espandendo in tutti i paesi dell’unione via Italia.

Ebbene si, perché chi ancora pensa che il nostro paese non conti nulla nel panorama internazionale farebbe bene a ricredersi, ma senza ipocrisie e falso perbenismo, tanto il giudizio della storia è di quelli sic et sempliciter.

Non è possibile in questo clima da “controriforma” operare distinguo, basta leggere con attenzione la vicenda europea del ministro Bottiglione, “amico del papa”, e per questo inferocito ed ‘offeso’ come si è dichiarato egli stesso.

Non va certo meglio a Franco Frattini, “il massone”, ma non illudiamoci: non sarebbe andata bene a nessuno dei rappresentanti dell’attuale governo, i cui processi di beatificazione partiranno solo post mortem, ovviamente politica.

La questione gay, e la legalizzazione delle unioni di fatto è solo una altra boutade ben mirata a far franare il terreno sotto i piedi di chi governa sotto l’egida del cavaliere di Arcore, il cui processo inquisitorio è stato già svolto prima che mettesse piede a palazzo Chigi; dal 2001 si sta eseguendo una sentenza che terminerà certamente nel 2006.

Ma questo gli Italiani non lo sanno, non lo sanno i Francesi, gli Spagnoli, e così tutti i popoli gemellati dalle stellette circolari d’Europa, aggiogati quando diretti alle urne, ignorati nel bisogno.

Il terreno della morale è maledettamente scivoloso, specie se si va ad intaccare la fede, la devozione e le leggi dettate da un Dio che, mai come oggi, non troverebbe più posto nella mangiatoia.

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giovedì, novembre 11, 2004

Sud, rinascita possibile? Viespoli: “Non parlate di area depressa…”.Parliamo invece di come promuoverci vendendo enciclopedie porta a porta. Quando le parole sono solo aria fritta.

 

Non si sa se piangere o ridere quando si è costretti a sentire alcuni ragionamenti che, definire demagogici è troppo poco. Volendo ascoltare il sottosegretario al Lavoro Viespoli, ex sindaco di Benevento e profondo conoscitore della cruda realtà del Mezzogiorno, si è sinceramente disorientati, specie se alle tante, troppe profezie, non seguono azioni mirate al lavoro, alla promozione e valorizzazione delle risorse umane e sociali della nostra terra. Ma è evidente che le stratosferiche richieste di lavoro e di promozione individuale che hanno raggiunto le varie segreterie politiche del sottosegretario di Stato, hanno distolto lo stesso dalla realisticità di ciò che va affermando.

Il Mezzogiorno, la Campania, il Sannio, non sono primizie culinarie che hanno bisogno di ‘esperti’ e di ‘ricette’ per un plausibile sviluppo, hanno bisogno, viceversa, di essere messe in grado di promuoversi a prescindere dai placet, dai diktat e dai niet della politichetta locale e generale.

Hanno bisogno di essere sganciate da quelle logiche politichesi che tengono frenato lo sviluppo perché non sempre utile nell’economia dell’urna.

Paroloni eraclitei per descrivere ciò che in effetti non c’è, e se c’è, è gestita ‘pro domo sua’.

L’ultima della serie Isfol che mira ad “aprire sportelli agenziali per la formazione dei formatori e per l’incontro tra la domanda e l’offerta di lavoro…”. “Un centro per lo sviluppo locale nella sede di Benevento”: e a cosa dovrebbe servire?.

A prescindere dalla domanda, quella oramai è cronica, l’offerta dov’è?. Sarà possibile ottenere una spiegazione che abbia una parvenza di senso logico dal sottosegretario Viespoli, senza dover prima passare per la censura editoriale?

L’augurio è sempre lo stesso: che tante affermazione siano fatte con cognizione di causa, e non per una eterna campagna elettorale, d’altronde, come giustamente affermava Gargani qualche tempo fa, “Si è perso lo stile e la volontà di confrontarsi con il popolo, con l’elettorato”, con evidente richiamo al grande ed intramontabile carisma dell’ex balena bianca.

Ciò che non riesce proprio a comprendere l’onorevole Viespoli, come anche i suoi colleghi parlamentari sanniti, che quelle decine di migliaia di giovani beneventani disoccupati che hanno riempito le file presso le segreterie politiche dell’uno e dell’altro, tali resteranno fino a fine legislatura, nonostante le promesse (quelle per grazia di Dio non costano nulla) elargite a piene mani e di rado concretizzate in qualche lavoretto interinale o peggio convenzionato da qualche agenzia con l’hobby della percentuale sulla busta paga.

Lavorare nel Sannio, e in regione Campania è veramente una chimera, nonostante i tanti sognatori da noi lievitati, infornati nelle urne e sfornati al parlamento nazionale che ancora credono, nonostante siano meri numeri su degli scranni, di essere i padri dello sviluppo, della promozione e della rinascita della nostra gente e della nostra terra.

Per lavorare nel Sannio è semplice, questa la ricetta dei nostri parlamentari: un titolo di studio qualsiasi l’importante che non superi la terza media; l’invalidità se c’è è meglio perché si ha diritto alla riserva dei posti, e poi via ai colloqui in qualche fabrichetta di metalmeccanica o similari che però per assumerti debbono attendere che gli si specifichi la qualifica se non come giustificano la tua assunzione in quella mansione? Giustissimo!

Se hai un diploma di scuola media superiore le cose si complicano, magari Liceo Scientifico o Classico e allora sei allo sbando; l’offerta richiede solo operai e specializzati pure. Se hai una laurea, bhè quella allora diventa la tua tomba lavorativa. Il laureato non lo vuole nessuno, troppe beghe, troppo alto il livello funzionale, poi se si adegua a fare il magazziniere o l’operaio ad una macchina tessile, magari, allora la mutazione genetica in operai semplice è presto fatta.

Una volta ho assistito di persona al pianto di un laureato che uscito dalla segreteria politica di un parlamentare mi riferì: “Mi ha detto che devo emigrare in Svizzera ed aprire un bar”.
E’ forse questo lo sviluppo e la promozione delle risorse umane che si intende perpetrare?

Allora la conclusione sembra più semplice di quanto ci si potesse aspettare: prima di parlare del sud e della sua rinascita possibile; prima di non parlare di area depressa, come vuole l’esimio onorevole Viespoli; prima di introdurre ai media i grandi esperti di cucina con le ricette per lo sviluppo della maionese beneventana, tirate fuori i posti di lavoro, sbloccate i fondi per i finanziamenti pubblici alle imprese, fate in modo che gli imprenditori che vi hanno accordato visibilità elettorale mantengano fede agli impegni assunti, mantenete voi stesso fede agli impegni presi nel 2001 con la massa dell’elettorato che vi ha acclamati eroi, ma soprattutto mettiamo da parte quella maschera d’ipocrisia e perbenismo perché se anche qualcuno di voi ha raggiunto l’estasi politica tanto ricercata da poter adesso essere pago e senza velleità romane, c’è chi lo è sicuramente pago, perché digiuno e disilluso delle tante chimere da campagna elettorale.


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