mercoledì, novembre 30, 2005

Berlusconi: In dodici punti il nuovo patto con gli Italiani? Perché non tredici?
In attesa del nuovo contratto da stipulare con l’intera Nazione, il cavaliere si da all’aritmetica.

Certa stampa è tornata oggi a riproporre un dato che, volere volare, era già nelle previsioni: il nuovo contratto con gli Italiani che Silvio Berlusconi intende sottoscrivere in vista delle prossime amministrative 2006.
Dodici i punti di questo contratto bis che il leader di Forza Italia, nonché presidente del consiglio dei ministri, si accinge a snocciolare durante la già accesa campagna elettorale pre natalizia.
Per onestà intellettuale bisogna dire che il contratto con gli Italiani del 2001 è stato seguito per intero, a prescindere dalle farneticanti dichiarazioni dei leader dell’Ulivo che in questo quinquennio non hanno fatto altro che opporsi, senza se e senza ma, persino al fisiologico bisogno della toilette, intravedendo, addirittura, negli scivoloni con slogatura di caviglia da parte del premier, i segni del destin contrario.
Ciò che a noi, invece, reca maggiore curiosità, è la scelta dei dodici punti da sottoporre agli elettori. E volendo approfondire questo aspetto, aprendo una breve parentesi, vi è grande tranquillità nel sostenere che almeno Berlusconi dodici punti, belli o brutti che siano ce li ha, mentre il professore Bolognese non fa in tempo a partorirne uno che gli viene provocato un aborto anomalo post parto.
In questo senso, è palese a tutti anche a chi di politica non ne ha mai masticata, (e non s’è perso nulla, glielo assicuro), che Romano Prodi non riuscirà mai a governare l’Italia, marcato a vista, com’è, dai suoi ‘alleati’.
Ma torniamo ai dodici punti: il quotidiano milanese parla di riforme per una società più sicura; nessun aumento delle tasse (la sinistra avrebbe parlato di ‘meno tasse’, tanto nel loro concetto l’Italia  prima o poi sarà costretta ad elemosinare pur di non spendere); più infrastrutture e meno burocrazia; pensioni minime più alte e, ciliegina sulla torta un fondo di ben 5mila euro per ogni nuovo nato.
E’ a dir poco strabiliante, se si pensa che il governo centrale attivo è una cosa ed un’altra, del tutto diversa, è l’autonomia degli enti locali che oggi versano all’80% nelle mani dei suoi oppositori.
Come a dire che se il governo vara una manovra infrastrutturale cantierabile in Campania, ad esempio, sarà quel governatorato a gestirne sia i fondi che l’attuazione.
Una perplessità simile nasce anche da un’altra constatazione: se la stragrande maggioranza delle regioni in Italia sono in mano al centro sinistra che le ha tolte al centro destra con percentuali di voto, a volte, bulgare, dove sono attualmente i voti, in senso aritmetico del termine, che rendono giustizia e fiducia in un ritorno della Cdl al governo del Paese?.
Suppongo che questa sia una domanda legittima, che come chi vi scrive, se la saranno posta in tanti.
L’analisi di ciò che abbiamo appena domandato è semplice ed intuitiva, con una interfaccia che oserei definire ludica.
Perché la Cdl ha progressivamente perso quasi tutto quello che aveva guadagnato nel 2001 in consensi elettorali? Per lo stesso motivo per cui la Democrazia Cristiana ne ha guadagnati a iosa ed ha continuato a farlo per 50 anni con un elettorato blindato, felice e sistemato.
Sull’ultimo aggettivo apporrei una sottolineatura, poiché trattasi della chiave di lettura della brusca discesa di popolarità del Polo, soprattutto a sud.
Questa immensa area geografica del nostro paese è avvezza da sempre, e non per propria colpa diretta ma per la pesante eredità giolittiana, all’assistenzialismo, per cui il suo vasto bacino elettorale, che rappresenta più del 50% dei votanti in Italia, si aspettava da questo governo, o meglio, da vari segmenti parlamentari di questa maggioranza, la concretizzazione di qualche umile ma necessaria aspirazione.
“Aha la balena bianca  -  urlano in tanti - quelli si che erano tempi d’oro nei quali mangiavano tanto, ma lasciavano anche mangiare gli altri”. Chi di noi non ha sentito almeno per una volta questa filastrocca ripetuta sino alla noia, o fin quando un bel giorno un pubblico ministero di nome Antonio Di Pietro, scoprendo l’acqua calda, andò ad infilare il naso in quella tangentopoli che rappresentava lo zoccolo duro di tanto benessere. Un requiem eterno recitato sulle spoglie mortali della Dc e via con una seconda repubblica che molto poco calzava le esigenze del nostro Paese, fino all’avvento di Berlusconi, della sinistra divenuta democratica e praticante, e altre alchimie politiche susseguenti.
Di disoccupati e barboni con la laurea ve ne sono sempre di più, come sempre maggiore è il numero degli occupati, secondo Berlusconi. Chissà, forse nelle statistiche Palazzo Chigi inserisce anche gli extracomunitari che vanno a raccogliere pomodori, o i vò cumprà con l’esercizio ambulante. Diversamente non si spiega e non è colpa dell’aritmetica.
Poi perché, onorevole Berlusconi, 12 punti; perché non tredici? Il tredicesimo potrebbero dettarlo le decine di migliaia di giovani del sud, sfruttati e illusi da quei segmenti parlamentari forzisti e non, gongolanti e gai di tante loro aspirazioni concretizzatesi soprattutto grazie a quei tanti, troppi consensi barattati con le menzogne.

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domenica, novembre 27, 2005

Una vergogna inaudita. Un ampio articolo analisi fatto passare per cronaca spicciola e critica di bassa lega. Se l'etica professionale l'avete dimenticata ce la rinfreschiamo insieme in tribunale.

Non avevo mai letto il Quotidiano di Caserta, ma ne conoscevo il nome fin dalla sua fondazione, e francamente mi è dispiaciuto leggerlo proprio il 26 novembre a quella pagina 12. Mi era stato anticipato da un collega che telefoniocamente mi ha informato che la testata giornalistica casertana mi aveva dedicato uno spazio per quella miua analisi sulla "Promozione sociale...". Vivendo in provincia di Benevento, mi son dovuto spostare in qulla di Caserta per avere una copia del giornale.
Poi il gelo, non avrei voluto credere ai miei occhi. Non avevo mai inviato nulla al quotidiano in questione, e non riuscivo a capire come era stato possibile compiere quell'infamia nei mei confronti, senza che io abbia nemmeno dato il consenso ad una eventuale pubblicazione sulla carta stampata. (l'artico in questione)
Inanzitutto sono sconcertato, sinceramente non mi sarei mai aspettato dagli amici del Quotidiano di Caserta un trattamento di questo tipo.
E’ ovvio che sono stati altri i motivi che hanno condotto la redazione a pubblicare un box a mia firma senza nemmeno chiedermene l’autorizzazione, o la classica telefonata come è d’uso tra amici.
Ma a prescindere da questa mancanza di sensibilità, oltre che di professionalità, e mi rammarica dirlo poiché raramente mi esprimo nei confronti di colleghi, esiste il dato eclatante che poi rappresenta il reato editoriale in se per se: la pubblicazione di un articolo analisi su due realtà dell’alto Sannio, fatto passare come una notizia di cronaca inserita in un’area editoriale del casertano che nulla a che vedere con la provincia di Benevento, e per giunta puntando i riflettori della critica sulla sola San Lorenzello, paese che amo e nel quale risiedo”. “Sono onestamente senza parole. Suppongo, o almeno mi auguro, che il direttore della testata non si sia accorto, prima di dare il placet per l’invio del giornale alla rotativa, di questo maldestro esempio di etica professionale, ma forse chieedo troppo.
L'accaduto può anche, ovviamente, essere letto in altra chiave, per cui ciò che nell'articolo veniva dopo la stroncatura dava fastidio a qualcuno, ecco spiegata la pubblicazione della sola prolusione, o cappello, come dir si voglia, d'altra parte la scusa della mancanza di spazio me la risparmiassero perchè non sono nato ieri e non ho cominciato ieri a fare questo mestiere. In ogni modo il dato resto: io non ho mai chiesto che qel mio scritto fosse pubblicato dai giornali.
Un fatto, poi,  è certo né il titolo, né il testo corrispondono a ciò che avevo intenzione di sottolineare, in quanto, pubblicare di un articolo solo il prologo e titolarlo in modo tale che sia camuffata l’intenzione originaria, senza che nemmeno l’autore lo sappia, questo penso sia materia ghiotta per la magistratura. (Il servizio di Paolo Bettini D'Avico)

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sabato, novembre 26, 2005

Il Comunismo un virus? No, solo un’idea che non c’è più.

Ho letto con un certo interesse il fondo di Paolo Guzzanti, pubblicato sul Quotidiano Il Giornale in data odierna. Ovviamente, qual ‘certo interesse’ a cui ho fatto cenno, disturberà non poco gli amici a falce e martello, o quelli che a pugno chiuso inneggiano all’hasta victoria siempre, con poca voglia di tradurne il significato in Italiano.
Apprezzo l’occhio lucido e attento che Guzzanti ha nei confronti della storia, anche se forse, essendo oramai entrati nel terzo millennio e avendo chiuso la porta alle spalle, la grande “madre” di tutti noi potrebbe essere rivista con occhi diversi, almeno tesi più alla modernità che non ad individuare cause ed effetti partendo da stereotipi.
Mi sono personalmente già soffermato sul tema del comunismo ideologico e materialista, anche se la mia voce, non essendo quella di Guzzanti, Scalfari, Mauro o Vespa, ha sonnacchiosamente attecchito solo sulla mia personale mailing list, o su qualche navigante che, inavvertitamente, è finito diritto sul mio blog.
Questa mia breve analisi la facciamo partire da una affermazione dello stesso Guzzanti che riassume in pochissime righe, tutto il suo pensiero: “ Ma il comunismo della cui attualità incredibilmente si discetta è riconoscibile comunque si ribattezzi perché ha una sua impronta digitale che prescinde dalla contabilità dei milioni di innocenti assassinati”.
Da questo semplice e palese pensiero si riesce a comprendere il motivo per cui continua e continuerà per sempre l’odio tra gli uomini. Se una volta il problema era rappresentato dalla carnagione, arrivò un momento nel quale l’aspetto fisico fu sostituito dalla razza, dalla provenienza in senso di stirpe. Oggi gli uomini avendo superato gli scogli a cui abbiamo fatto cenno, si differenziano per ideologia. E meno male che di ideologie ce ne sono solo due, cioè quelle che negli anni ’50 del 900 contribuirono alla creazione dei due blocchi e della cortina di ferro.
Caduto il Fascismo, e morto e sepolto (almeno così vuole la storia anche se non è vero) il Comunismo reale, la contrapposizione resta furibonda.
In passato, come anche oggigiorno, l’errore che si commette è sempre lo stesso e sarà sempre lo stesso: confondere il comunismo con la lotta operaia e col proletariato, ed associare il capitalismo e l’opulenza occidentale con la democrazia e con il partitismo moderato.
Questo stereotipo genera un attrito forte, dai toni accessi che non porta alcun beneficio alla crescita pacifica e solidale delle nazioni, in primo luogo l’Italia.
E nonostante l’estremismo islamico abbia imposto mediante il terrorismo internazionale l’idea della guerra santa come unica vera fonte di terrore, oltre che come terza ideologia, ancora siamo in grado di “discettare” (Guzzanti non poteva trovare termine più azzeccato) sul comunismo, o comunque su quei regimi totalitari figli d’altri tempi.
E’ pur vero che il marxismo è ancora in auge in molte parti del mondo, lì dove quegli operai o quei proletari sono vittime di una ideologia che dovrebbe salvaguardarli, secondo le idee a pugno chiuso del ‘compagno’ Fausto Bertinotti, ma oggi il comunismo non è più, almeno in occidente, la terra dei gulag, e  non mangia più i bambini, almeno non interamente.
La favoletta del mangiare le creature di Dio è uno degli stereotipi più folkloristici relativamente al comunismo. Questa legenda popolare, se così può definirsi, non si distacca molto da quello che in effetti avviene oggi.
E’ ovvio che non si tratta di sgranocchiare ossicine o mordere la polpa, ma inghiottire il cervello in modalità multimediale quella si che è una azione politico fisiologica di cui si ha testimonianza diretta, e che può essere tranquillamente catalogata come il nuovo comunismo.
Paolo Guzzanti intitola il suo fondo: “Il Virus Comunista”, una sorta di bug che serpeggerebbe, in modalità e dosi diverse  tra i nostri tanti software celebrali che hanno come solo antivirus il buon senso.
Ma le icone ci sono e resistono ai tempi, alle mode, ai cataclismi. Allora è semplice individuare i giovani cosiddetti di sinistra: basta individuare qualche basco, qualche spilla del Che, magari tutto racchiuso in un kefiha, e l’indagine sociale è svolta. Se proprio siamo fortunati ancora si trova qualcuno che gira in auto (eisistono veramente) con il bustino di babbo Lenin al posto della Madonnina che prega e dice “vai piano”.
Altro problema che mi piacerebbe approfondire, e sul quale Guzzanti ha scatenato i tre quarti della sua ira sono le menzogne rosse, una vetta stratosferica di bugie collezionate in cinquanta anni per eludere le proprie responsabilità prima, durante e  dopo l’ultimo conflitto mondiale, ma come ho detto all’inizio, la storia attuale ci insegna ben altro. In Italia, ad esempio, il comunismo non esiste più, come ideologia, si intende, esistono solo i vessilli, le icone di quello che un tempo fu il partito trascinato alla quasi gloria di governo da Enrico Berlinguer. Ma l’idea di Aldo Moro durò il tempo di uno starnuto.
Oggigiorno il comunista non è più il proletario, l’operaio, il prodotto della working class, o chi sventola o canta ‘bandiera rossa’. Il comunista oggi, democratico o rifondato che sia, sa di esserlo perché non vota Berlusconi, perché gli porta odio e rancore, perché non governa, perché l’egemone volontà di potere che è nel dna dell’ideologia stessa lo fa sentire stretto in una coalizione che annovera anche i ‘balenotteri biachi’ sopravvissuti.
Il comunismo oggi è economia, danaro, movimenti finanziari, speculazioni in borsa, grandi investimenti e grandi capitali. Il comunista oggi, in  ultima analisi, è tutto ciò che ha sempre combattuto, alla faccia della rivoluzione proletaria.

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venerdì, novembre 25, 2005

Devolution si, devolution no: Una Questione d’onestà intellettuale.

 

Il tema della devolution ha praticamente paralizzato il dibattito politico in Italia su ambedue i fronti, intenti come sono a sviscerare i benefici o i malefici della devoluzione, atto finale di quella riforma federalista dello Stato richiesta a più voci già da anni, ma con modalità, ovviamente, diverse. Ci si affanna, anche sui media, a beatificare o condannare una legge che resta fondamentalmente iniqua, perché non tiene conto del fatto che non tutte le regioni che compongono il nostro stivale possono essere paragonate alle ricche zone padane, o comunque all’area geografica del centro nord. In questo senso è palesemente mancata l’onestà intellettuale di spiegare agli Italiani, quelli terremotati del sud, la cui economia è ben lungi dal potersi permettere una devoluzione in tal senso, che la legge in se per se è solo il frutto di un debito d’onore, adesso saldato, con la Lega Nord , a prescindere dal giovamento che questa possa apportare all’intero Paese. Che dalle nuove disposizioni venga fuori un’Italia frazionata non era certo il centro sinistra a doverlo dire, con quell’aria da madrigale dai toni foschi, che per quasi cinque anni ha accompagnato il governo Berlusconi come fosse l’impero di Belzebù. Il dato è palese, basta sbirciare nelle statistiche regionali per capire che il gap tra nord e sud diventa sempre meno rimediabile se le regioni dell’ex questione meridionale rimarranno le assistite e quelle dell’ex regno sabaudo piemontese le asssistenti. Questo vuol dire che l’Italia a due marce non scomparirà con la devoluzione, anzi lo stato federale  si troverà peggio di prima a dover far da balia fisica ed economica a tanti governatorati  la cui condizione economica impedisce una messa a regime delle nuove regole. Ma, dopotutto, l’assistenzialismo in Italia è oramai una folkloristica consuetudine istituzionalizzata, specie in quelle aree del sud dove i bacini elettorali continuano a fare la differenza.

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giovedì, novembre 24, 2005

“Il Terremoto infinito”: 25 anni dopo il quotidiano partenopeo ‘Il Mattino’ dedica uno speciale di quattro pagine al sisma del 1980 in Irpinia e Basilicata  commettendo una madornale dimenticanza: Cervinara e la sua baraccopoli.

 

Lo scorso 22 novembre il quotidiano partenopeo ‘Il Mattino’ ha dedicato uno speciale di ben quattro pagine al sisma del 1980 in Irpinia e Basilicata che provocò la morte di migliaia di persone, oltre alla distruzione di interi paesi. Un classico dell’editoria quello di tornare sugli eventi che hanno caratterizzato il secolo scorso che, tra guerre e cataclismi, hanno condotto l’uomo nella forzata modernità del terzo millennio. Un gesto nobile, anche in considerazione del fatto che il noto Quotidiano è stata l’unica testata giornalistica a ripercorrere quei terrificanti momenti che dal 23 novembre del 1980, hanno riaperto, noi malgrado, la grande questione meridionale, di fatto mai archiviata. Una madornale dimenticanza però, ha macchiato l’illustre intento, un’imperdonabile vuoto di memoria, anche alle luce degli ultimi sviluppi: la vergognosa questione della baraccopoli di Cervinara. In questi ultimi mesi quella che oramai è considerata una vergogna nazionale è stata riportata a galla grazie ai media nazionali, a Striscia la Notizia , e a tante altre testate giornalistiche cartacee o on line che si sono recate sul posto per valutare il disastro umano e sociale provocato dai dimenticati del 1980, da quelle persone ai margini della società, lasciate a sopravvivere per generazioni in gelide stamberghe abitate da topi ed usurate dal tempo.  E’ questa, allora, la vera ingiustizia editoriale: non aver parlato, e nemmeno accennato, a quelle tante famiglie che il terremoto lo portano nel cuore, ci convivono da 25 anni dovendo subire l’onta di una vita da sfollati, peggio degli zingari, a quattro passi da quelle case di edilizia popolare terminate da tempo, ma mai consegnate ai nuovi inquilini.Il terremoto è anche questo: non si perde la vita solo sotto le macerie di un crollo, ma si può perdere la speranza di continuare ad essere considerati esseri umani. Ma il noto Quotidiano non ha voluto, o non ha potuto analizzare anche il caso di Cervinara; troppo intricato il discorso, e troppo improbabile l’esito. A volte, allora, è meglio parlare dei morti, almeno loro son passati a miglior vita.

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