domenica, dicembre 25, 2005

Un Natale di gioia che ci conforti dall’amarezza di lavorare come fantasmi in questa Terra delle Banane.

Siamo costretti a lavorare in sordina, ignorati e calpestati, vilipendiati ed offesi, annullati nella considerazione pubblica perché non orientati nel verso giusto, costretti a subire sorrisi di convenienza che sono null’altro che ghigni di circostanza.
Non apparteniamo alla nobiltà del giornalismo, né alla vipperia cittadina fatta di pochi comunicatori istituzionali, la cui firma è impressa nella totalità degli Enti e delle manifestazioni, noi non siamo i figli, ma i figliastri di una terra che si definisce generosa e nobile, ma che in realtà ha settizzato la società, ghettizzando i non allineati. Un territorio mercato della politica e dei politici dalle poche idee e dal troppo fumo; dalle competenze troppo spesso incompetenze; degli imprenditori molto poco coscienti di esserlo e della gente comune, il cui unico scopo nella vita è ricevere qualche piacere da questo o da quello. Una specie di randagismo bipede che rende tutti sordi, muti e ciechi, e ciò che è peggio, indifferenti ed apatici.
Una società costruita sull’ideale del ‘mi manda Picone’, e se al posto di Picone è qualcun altro, non sei nessuno.  Il problema, però, quello che arrovella le menti, è capire chi è il Picone di turno.
La nostra delusione e l’amarezza di vivere in una società che ci porta a conto solo perché l’anagrafe è una scienza esatta, non ci impedisce di continuare a svolgere il nostro lavoro, ad assicurare  il nostro contributo gratuito (e forse per questo minore) alla crescita culturale e sociale di questa terra che assomiglia sempre di più ad una repubblica delle banane, lì dove persino il gustoso frutto afrotropicale ha smesso il giallo perché non è un colore d’opinione.
Siamo stanchi di risiedere in una terra dove meno si sa e più si parla; dove per divenire dotti basta candidarsi in politica; dove l’intelligenza è segno discriminante e la stupidità fulgido esempio di rettitudine. Se è questa la società che dobbiamo consegnare ai nostri figli, preferiamo non contribuire allo scempio, perché l’intelligenza, la preparazione, l’intuizione e la buona volontà non sono mercanzie, ma doti naturali da coltivare in proprio.

postato da: rola alle ore 08:04 | Permalink | commenti
categoria:
giovedì, dicembre 22, 2005

E’ Natale, tempo di doni, di gazebo e di mea culpa.

E’ Natale,  è tempo di preghiera e di regali, ma ogni Natale non è mai uguale al precedente, specie se la Santissima ricorrenza precede una tornata elettorale nazionale di indubbia importanza. Ed ecco che in quei Natali si moltiplicano i Babbi Natale, le slitte, le renne, e pure i regali. E’ uno scorazzare impazzito di slitte nei cieli tersi e gelidi di questo inverno  siberiano che anticipa una primavera equatoriale.
E’ il Natale di nostro Signore, del bambin Gesù che dalla grotta di Betlemme osserva esterrefatto quel gioco di luci ed ombre dentro il quale l’evanescenza delle promesse è pari solo allo scandire dei mea culpa.
E sono proprio loro, i “nostri” politici, a fare gazebo del buon governo, a scorrere i 45 punti di un programma che forse è stato svolto altrove, e a scorrere la corona del Santo Rosario, nella speranza di riconquistare una credibilità perduta, un contatto con la gente venuto irrimediabilmente meno a causa del menefreghismo tornacontaio che accomuna un po’ tutte le aree della politica nazionale.
Ma adesso è tempo di risanare, è tempo di tornare a stringere tante mani, di rispolverare i sorrisi più smaglianti, segno di una genuina ipocrisia, indelebile caratteristica del politico nostrano.
Addirittura, e senza ombra di vergogna, è stato allestito un gazebo del buon governo anche nel Sannio, quell’area geografica tricolore dimenticata dalla politica, dimenticata da quei politici che per suo mezzo siedono nelle stanze dei bottoni,  che da sempre ha l’unico scopo di esistere in quanto enorme serbatoio di voti.
Che peccato che la vergogna non sia un istituto giuridico.

postato da: rola alle ore 19:42 | Permalink | commenti
categoria:
lunedì, dicembre 19, 2005

Svimez: “Occupati in crescita nel sud, ma uno su due ha la licenza media”. Noi: “Anche un laureato su due è già per strada col cappello teso”.

Una indagine Svimez ci ha informati che gli occupati al sud sono in crescita, ma, perché c’è sempre un ma, uno su due ha la licenza media.
Il Quotidiano tra le cui colonne campeggiava la notizia è ovviamente un giornale d’area, di quelli che, venendo pubblicati a Milano, sono costretti a prendere per oro colato le indagini statistiche di aziende del settore che monitorano il territorio per campioni di persone, come si sa.
La crescita al sud, secondo lo Svimez, è pari all’ 1.7%  nel 2005, contro l’addirittura ridicolo 0,7% del centro nord. A questo punto viene da chiedersi se l’attuale consistente migrazione verso nord dei giovani del sud in cerca di lavoro abbia un senso o si tratta solo di vacanze studio all’estero.
Ma più che la crescita degli occupati, riferita molto poco realisticamente ad un lavoro in generale e non certo approfondendo o spiegando che il 90% di loro hanno ottenuto lavori temporanei, cioè evanescenti, alla nostra analisi interessa il “ma” che viene dopo che più che una incidentale da grammatica obsoleta, sembra più una costernatio verbalis.
In effetti lo Svimez non ha scoperto l’acqua calda riferendoci che al sud gli occupati sono in  stragrande maggioranza gli appartenenti all’area manovalanza, con titoli di studio che vanno dalla quinta elementare alla terza media. Questo dato lo conoscevano in tanti, come in tanti sanno che le uniche occupazioni, se così possiamo definirle, che ancora si riescono a reperire per i giovani so no tutte presso micro aziende edili, o idrauliche e elettricistiche  ma in senso familiare del termine. Ancora qualche industrietta che ha bisogno di portantini, facchini autisti e quant’altro di molto generico. In alcune altre, e per la verità molto poche nel sud, invece, è richiesta una qualifica specialistica, anche se poi ciò che si andrà a svolgere tutt’è all’infuori che un lavoro specialistico.
Discorso più complesso, ed inaffrontabile in questa sede è quello sulle agenzie interinali e le relative decurtazioni sugli stipendi degli assunti.
Ma di tutto questo le agende dei politici sono stracolme, ed è evidente che ciò sfugge alle statistiche nel nostro Paese.
Il problema drammatico è se si possiede una licenza liceale o classica, o se si è avuti la sfortuna (già, perché oggi è una sfortuna) di laurearsi.
In questi due ultimi casi nel Mezzogiorno d’Italia oramai da anni non c’è nulla per nessuno; e se per caso per abbreviare i tempi d’attesa o d’agonia ci si rivolge a qualche politico la cui influenza è pari solo alla propria arroganza e disprezzo, allora per il laureato non c’è scampo.
Una volta mi sono trovato a dover consolare un mio amico laureato perché recatosi da un politico di nota area a chiedere molto umilmente una speranza di lavoro per lui coniugato e con prole, il politico con un ghigno beffardo gli ha consigliato di emigrare in Svizzera ed aprirsi un bar.
E’ evidente che sia lo Svimez che tutti gli istituti di statistica in Italia partono da presupposti che non sempre coincidono con la realtà effettiva delle cose.
E’ vero che il mercato del lavoro nel sud Italia ha avuto un incremento sostanziale in percentuale, però questo ha comportato che se una volta per strada a chiedere l’elemosina c’erano i semi o completamente analafabati, oggi a tendere il cappello ci troveremo le decine di migliaia di laureati che dopo tanti sacrifici ed una vita passata sui libri dovranno accorgersi di aver perso solo il loro più prezioso tempo.

postato da: rola alle ore 14:58 | Permalink | commenti
categoria:
giovedì, dicembre 15, 2005

Sciopero dell’informazione: ma l’informazione può scioperare?

Parlare del mondo dell’informazione potrebbe sembrare blasfemo, specie se a farlo è una componente di questo pianeta che una volta veniva identificato come quarto potere.
Ma ci sembra doveroso operare qualche distinguo in questo mondo che, tra luci ed ombre, tiene informato il cittadino.
Non è la prima volta che ci imbattiamo in riflessioni di questo tipo che riguardano il delicato settore professionale, ma almeno abbiamo il privilegio di farlo da autodiegetici del problema non essendo legati ad editori o imprenditori di cordata, né avendo mai siglato contratti nazionali di un lavoro che di regola non dovrebbe essere dipendente da nessuno se non dalla propria coscienza.
Sin dall’idea primaria che, nel lontano 1709, portò alla nascita del giornalismo come attività professionale e dei primi quotidiani ad opera dei pionieri della categoria Thomas Addison e Richard Steel, la stampa era stata intesa libera dalle intemperie della politica che muoveva i suoi primi passi distinguendosi in partiti.
Lo spirito indipendente che ha sempre mosso la categoria ha permesso che nei secoli molta storia fosse letta dalla giusta angolazione, grazie alla lucida testimonianza dei fatti effettivamente accaduti.
Da quando, poi, gli editori sono stati promossi ad imprenditori, con tutto il pieno significato del termine, anche l’informazione è stata costretta ad attraversare la strettoia della clessidra rappresentata dalle regole di mercato e dagli orientamenti ideologici, trasformando il giornalista da testimone degli eventi, ad osservatore e censore allo stesso tempo.
Questa ha causato uno spostamento dell’asse di interesse dalla cronaca dei fatti all’approfondimento orientativo di essi a seconda del credo, arrivando persino a palesere i collocamenti nelle diverse aree politico partitiche.
E' ovvio che una simili idea cozza molto con la deontologia di base, ma si sa che l'etica profesionale non ha mai dato da mangiare a nessuno.
Nel nostro mestiere non vi sono orari, nè festività, insomma è un lavoro che si svolge 24 ore al giorno per 365 giorni all'anno senza risparmio di energie, almeno che non sia stato indetto uno sciopero della Federazione Nazionale della Stampa Italiana, il massimo organo sindacale di categoria che dovrebbe salvaguardare gli interessi dell'intera categoria, e non certo solo di chi ha siglato un contratto di lavoro dipendente.
Ma siccome anche nel nostro mondo esiste la discriminante dei figli e deifigliastri, dei belli e dei brutti e dei noti e sconosciuti, dei giornalisti di serie A e quelli di serie ignota, allora è normale che si indicano scioperi per salvaguardare gli interessi di pochi, a scapito della massa deforme di chi uno straccio di contratto non ce lo avrà mai, come neanche una miserissima ricompensa al proprio duro lavoro.
E' noto a tutti, compreso l'acuto presidente Serventi Longhi che quotidianamente le edicole italiane restrebbero vuote se non fosse per il varo certosino di un esrcito di missionari dell'informazione, con l'altruistica vocazione allo sfruttamento redazionale, umiliati e mal pagati, se non completamente ignorati, che contribuiscono con il loro sudore gratuito a che rotative e tipografie sfornino informazione.
Per loro non vi è sciopero, nè girotondo, loro non esistono, sono numeri d'ordine che annualmente versano il loro obolo all'ordine nazionale di categoria, a quello regionale e molti anche al sindacato territoriale.
Come anche non esistono scioperi della FNSI finalizzati a chiedere al governo che fine abbia fatto la legge 150/2000, la più grande bufala che un legislatore potesse concepire, specie se si considera il fatto che se da una parte ha avuto la finalità di permettere la sistemazione di tanti giornalisti rimasti fuori dai contratti decentrati, dall'altra parte fornisce agli Enti pubblici e privati la scappatoia legale per non assumerli ai sensi di una legge che  noi definiremo esortativa.
A tale proposito non ci risulta sia mai stata assunta alcuna forma di protesta per salvaguardare questo ennesimo esempio di sfruttamento autorizzato di migliaia di addetti stampa della pubblica come della privata amministrazione.
Ma in Italia i giornalisti sono solo coloro che, per mano celeste, vengono fatti sedere nelle redazioni del Corriere della Sera, di Repubblica, nelle redazioni Rai o Mediaset,l gli altri, i freelance, i cronisti locali, i corrispondenti, la plebaglia, insomma, non hanno diritto al titolo, sono manovalanza, gli extracomunitari del mestiere che, non avendo santi in paradiso, sono costretti a guadagnarsi da vivere con il solo beneficio della proporia intelligenza e spirito di sopravvienza.
Quelli sono dei morti di fame, la cui esistenza ha l'unico scopo di versare la quota annuale, e di contribuire ad ingrossare il portafogi di editori ed imprenditori editoriali.
Ma l'informazione può scioperare?
Si, deve scioperare, ma non quel 10% del giornalismo che conta, ma qual 90% del giornalismo che non esiste. Sono loro che dovrebbero scioperare per 6 mesi, portando alla paralisi un mondo che ci ha tolto pure la gioia e l'orgoglio di esserne parte.

postato da: rola alle ore 18:37 | Permalink | commenti
categoria:
mercoledì, dicembre 14, 2005

Il commento di Antonio Cimmino a : "Riconquistare il consenso elettorale? Ma come?". La risposta di Rosario Lavorgna

Caro dott. Lavorgna,

le Sue considerazioni in merito all'Oggetto sono ampiamente condivisibili; compresa l'amara conclusione di un Sud
incapace di autogestirsi. Come venirne fuori? Da incompetente quale sono azzarderei comunque una proposta:
sfruttare le opportunità positive che verranno dalla legge sulladevolution una volta a regime. Può sembrare una barzelletta, considerato che l'opinione diffusa pensa che tale legge abbia lo scopo unico di liberare il Nord dalla zavorra di un Sud legato al clientelismo ed all'assistenzialismo. Eppure, a mio avviso, la devolution  può risultare l'occasione per costringere il Sud a crescere e ad imparare a camminare sulle proprie gambe senza più affidarsi agli interventi riparatori dall'alto o ai miracoli di San Gennaro. Quando apprendo dai giornali che la regione Campania per carenza progettuale non si dimostra in grado di utilizzare milioni di euro stanziati dal governo dodici anni fa a favore di interventi edilizi e quant'altro della nostra disastrata Sanità, mi cadono le braccia. Solo una sferzata energica priva di alternative può rimetterci in carreggiata. Pare che il declino di una città splendida come Napoli si sia accentuato in seguito alla fatidica Spedizione dei Mille che intendeva unificare. Ebbene la devolution, che forse vuole solo dividere, può segnare il riscatto e l'avvio della ripresa economica e sociale. Di
Napoli e tutto il resto del Meridione.
Dott. Lavorgna,  mi consenta:  Lei ha iniziato il discorso, lo continui
suggerendone le soluzioni. Gradirei altresì che entrasse nel merito dell'operato, anzi del non operato della regione Campania rispetto ai fondi della Sanità, per fornirne informazioni attendibili e commenti.
La ringrazio e La saluto cordialmente.
Antonio Cimmino
antoniocimmino2@tiscali.it

_________________________________

Egregio Cimmino,
penso di essermi già espresso sulla devolution, e confermo in pieno la mia opinione pubblicata pubbliocate qualche giorno fa (leggi).

Ciò che mi preme precisare a lei, ad ai lettori, è quanto sia semplice argomentare su problemi capillari che, però, non ci investono direttamente. E vengo al dunque. Il sottoscritto che scrive, lo fa per due ragioni sostanziali: la prima riguarda il vivere direttamente le situazioni che si vanno a descrivere, la seconda riguarda il fatto che questo è il mio mestiere.
Lei, e mi scuso a priori se potrò sembrarle brusco, discetta su problemi che, volere o volare, sono lontani dalle sue circostanze di vita, in quanto risiede a Milano, e pur avendo questa terra nel cuore, come ha ampiamente dimostrato, non vive direttamente il disagio sociale e culturale di essere nullità per un quinquennio per poi divenire meri numeri su di un certificato elettorale.
E Lei consideri che chi le parla è comunque una persona che svolge una professione d’immagine. Provi allora solamente a pensare come dovrà sentirsi la gente comune.
L’ho invitata a leggere la mia riflessione sulla Devolution, di cui le ho indicato l’indirizzo, per farle capire quali siano le ragioni per le quali non mi trovo nella possibilità di accordare con ciò che afferma.
Le faccio un esempio più che pratico e molto veloce: La regione Campania è uno di quei governatorati in stile spagnolo, dove resta imprecisato il numero del personale stipendiato. Si figuri se dovessimo censire il personale consulente; saremmo costretti a considerare la nostra regione un altro Stato.
Allora adesso, prenda questa mia semplice riflessione, e la innesti con i dettami legislativi della devolution e vedrà che la Campania per mantenere tutte le sue ‘amanti’ dovrà innescare una pressione fiscale tale che la diaspora nelle vicine regioni sarà inevitabile. D’altronde non dimentichi che qui nel Sannio cresce sempre di più la volontà istituzionale di dare vita al Molisannio.
Quanto invece alla carenza progettuale della nostra regione e del non essere in grado di utilizzare milioni di euro stanziati dal governo a favore di interventi edilizi nella disastrata Sanità, non è l’unico ad avere le braccia penzoloni. Ma c’è una sostanziale differenza tra le sue braccia cadute dalla disperazione, e le braccia dei residenti in Campania che le braccia non ce l’hanno più a furia di farsele cadere.
Relativamente alla questione fondi della Sanità mal gestiti, ed al suo riferimento sul “non operato”,  si erra nell’interpretazione di fondo. Noi campani, pur avendo una sanità specialistica fatta di persone di indubbia fama mondiale, siamo vittime del gioco dei partiti e dei politici che, come ben sanno in tutto lo stivale, sono i veri pupari del teatrino della pubblica come della privata amministrazione.
Per cui farsi cadere le braccia se in Campania non si è in grado di spendere fondi pubblici per la Sanità non serve a nulla, se si riflette un attimo sulla convenienza o sconvenienza di emanare provvedimenti.
Non commetta l’errore di dimenticare che come l’assessore regionale alla sanità, o lo stesso governatore, rispondono al partito d’appertenza, ciò quello grazie al quale sono seduti in quelle poltrone, stessa cosa dicasi per i vari direttori generali della Asl che, omnia placet, vengono nominati su indicazione dei partiti che detengono la maggioranza territoriale.
In poche parole, e per non essere prolisso, sto cercando di farle capire e far capire ai nostri lettori che con una pressione politica del genere, che va oltre l’immaginazione collettiva, è possibile anche attendersi che dei soldi pubblici, nella migliore delle ipotesi, tornino al mittente.
Ma il problema è sempre lo stesso, non serve a nulla commentare, o imbastire soluzioni, è la classe dirigente il nocciolo di tutto, sono gli interessi di partito che raramente, qui da noi, coincidono con gli interessi dalla collettività. Rosario Lavorgna

postato da: rola alle ore 15:00 | Permalink | commenti
categoria: