mercoledì, maggio 24, 2006

-Intervento su “Giornalisti”, la rivista ufficiale di categoria-

L’avevo già detto e sottolineato, ma sulle mie parole si sono fatte orecchie da mercante.

Ho letto molto volentieri il pezzo di Simona Fossati sul numero di Maggio-Giugno 2006 della nostra rivista in merito alle “Dimensioni Precarie”, pubblicato a pagina 10, e con un certo stupore, ma non certo quello del neofita professionale, noto che la collega ha riproposto a chiare lettere un mio recente intervento su ‘Giornalisti’ riferito proprio al precariato pubblicistico  professionale, alla Legge 150/2000 ignorata ed in alcuni casi calpestata nel sud Italia, come anche circa la figura dei freelance e le plateali ambiguità nell’esercizio della professione tra giornalisti pubblicisti ed i “blasonati” colleghi professionisti.
All’epoca del mio intervento, sul numero di Novembre-Dicembre 2004, a pagina 32- “Parliamo di più degli scugnizzi dell’Informazione”, il gentilissimo direttore Urbano mi liquidò sbrigativamente dicendosi non in accordo con quanto sostenevo, e senza però approfondire il problema che la collega Fossati evidenzia in maniera egregia, elargendo anche un ricettario, se così si può definire, per patologie professionali tanto profonde e radicate nel nostro Paese da essere diventate la consuetudine.
Mi rendo perfettamente conto che il mio intervento di allora andò a scoperchiare il classico pentolone nel quale non conviene ficcare il naso, come pure, che quelle affermazioni non furono firmate da penne d’oro del giornalismo tricolore, comunque mi sarei aspettato una risposa diversa o comunque meno evasiva di quella che mi fu elargita.
Nel leggere il pezzo della collega, posso dire a questo punto, di aver trovato parziale soddisfazione.
La Fossati individua la soluzione di tutti i problemi legati al vasto mondo del lavoro autonomo nella sola approvazione di un tariffario, come se esso non ci fosse e non fosse ben redatto ed economicamente tutelante per le diverse figure professionali che si muovono nell’orbita del giornalismo. Un tariffario esiste ma è come se non ci fosse, o è come se esso più che una obbligazione indviduasse un suggerimento per editori e/o imprenditori del settore.
Il problema, Egregio Direttore Urbano, è diverso e platealmente condiviso da tutti, anche se poi ‘esporsi in simili considerazioni possa sembrare politically uncorrect.
Per questa mia affermazione le porto subito un esempio classico sul vero problema insito nel pezzo della Fossati che in tal senso è sembrato volutamente generico.
Si può discutere quanto si vuole della legge 150/2000, ad esempio, che non si arriverà mai a capire i suoi termini di applicabilità, subordinata come è alla consuetudine clientelare come anche ai budget degli Enti Locali e delle Istituzioni individuate dalla Legge. E qui l’esempio che ho anticipato prima: in Campania, una delle regione con il maggior numero di giornalisti iscritti all’albo, ed in particolare in provincia di Benevento, la totalità degli enti locali, delle Istituzioni, delle manifestazioni di un certo spessore culturale come anche tutti gli eventi che vanno dal folklore all’enogastronomia e al turismo sono gestite, relativamente all’affidamento degli uffici stampa, da un numero ristrettissimo di giornalisti noti ed orientati. Allora io mi chiedo, e Le chiedo: Ma tutti gli altri giornalisti non noti e non orientati devono emigrare all’estero per poter avere una opportunità di lavorare ai sensi di una legge di questo Stato?
E’ ovvio che questa mia considerazione potrebbe essere estesa a tutta l’orbita mediatica locale, ma suppongo che basti ed avanzi sottoporre la questione della legge 150/2000 per far intendere che tutto il resto va anche peggio.

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venerdì, maggio 19, 2006

Un governo ufficiale ed un ombra. Questo è il destino che ci viene prospettato all’indomani della formazione dl nuovo governo .

SECONDA PARTE


Un governo ufficiale ed un ombra. Questo è il destino che ci viene prospettato, adesso che i giochi di potere hanno condotto alla stila della lista dei ministri, e che il governo neo incaricato si appresta a governare il Paese.
C’era ovviamente da attendersi la pioggia di critiche che sono giunte dalla coalizione di centro destra non appena la lista dei nuovi ministri è arrivata al Colle, in special modo per la palese spartizione del potere che conta tra gli amici del professore bolognese e i Ds. Questa congiuntura, fortemente voluta anche nel periodo pre elettorale con la stipula di un trattato di non belligeranza tra i due partiti più grossi del centro sinistra ha fatto in modo che vi fosse poi, come è chiaro adesso, una man bassa di poltrone che mai prima d’ora s’era vista nella nostra storia repubblicana.
Bisogna tornare indietro ai tempi della Democrazia Cristiana per trovare qualcosa di simili nella spartizione del potere attivo nel nostro Paese.  
All’indomani dell’elezione di Giorgio Napolitano a presidente della Repubblica, l’ex premier  sentenziava l’accaparramento di tutte le cariche istituzionali da parte dell’Unione di centro sinistra, evidenziando a chiari toni come i suoi presagi siano stati giustificati poi all’atto delle elezioni delle più alte cariche dello Stato, come pure in relazione alla formazione del nuovo governo.
Stando a quello che si legge, in questi giorni, sui massimi quotidiani europei, il “governino” Prodi non ha riscosso il consenso straniero, tanto è che in Israele si è rapidamente diffusa la fobia del D’Alema ministro degli esteri filo palestinese con la sottolineatura sulla “fine della luna di miele tra i nostri due paesi”. La botta secca al nuovo governo è stata subito smentita da Telaviv, anche se gli Israeliani sono pienamente coscienti di doversi confrontare con un esecutivo tricolore esattamente agli antipodi del precedente.
Grande scalpore ha suscitato anche il discorso alle camere del neo presidente Prodi allorquando ha trattato l’argomento Iraq e Afganistan. Che le guerre siano ingiuste in ogni caso e che la pace debba trionfare su questo pianete martoriato da troppe disparità è una cosa assodata e sulla quale concorda tutto il Popolo italiano, ma che l’Italia debba essere evirata in questo modo agli occhi del mondo intero è una cosa decisamente inaccettabile.
E’ scontato attendersi, nei prossimi mesi di carburazione del nuovo esecutivo, il deteriorarsi di alcuni rapporti bilaterali da quali dipende molta parte del benessere tricolore. 
D'altronde il “rossismo” che connota il nuovo governo la dice lunga su una inevitabile retromarcia che il nostro Paese si accinge ad eseguire. Basti pensare a quanto è già in cantiere, almeno per le intenzioni di alcuni parlamentari di maggioranza, relativamente a leggi di abrogazione o a emendamenti di trasformazione radicale  di leggi dello Stato già in vigore.
Una azione di governo di questo tipo avrà l’effetto di una catapulta verso un passato statalista capace di reintrodurre il sistema della clientela come plusvalenza del dibattito politico.
E sarà proprio questo disegno di fondo che è rimasto incastrato tra la trachea e l’esofago del buon Mastella, sannita verace ed orgoglioso a cui la sinistra ha concesso il “privilegio” di guidare il dicastero della Giustizia.
Non che essere il Guardasigilli sia una carica di poco conto, ma certo è che Clemente Mastella aspirava, forse, ad altro incarico che gli avrebbe permesso di interloquire meglio, ed in maniera diretta, con il suo bacino elettorale campano.
Si è parlato anche molto del caso D’Alema in queste ultime settimane, montando delle vere e proprie leggende metropolitane in merito al suo siluramento sia dalla carica di presidente della Camera dei Deputati, sia per la sua corsa al Colle. Certo è che la sua nomina a vice premier ed a ministro degli esteri lo ho gratificato e non poco in vista di una futura palpabilità a capo dell’esecutivo.  
Dopotutto, e questa è opinione diffusa e pienamente condivisibile, il premierato di Romano Prodi  avrà bisogno di un governo ombra che regga i fili e le sorti di una coalizione tanto ampia ed eterogenea da lasciar presagire facili ed immediate rotture.
E Massimo D’Alema, come già abbiamo avuto modo di sottolineare altrove, resta l’unico vero leader in grado di poter gestire ed assicurare il giusto collante alla possibile e nemmeno tanto remota debacle del governo che si appresta a svolgere il mandato elettorale.
E’ ovvio e scontato che a Massimo D’Alema va riconosciuta una spiccata intelligenza politica, la scaltrezza e la destrezza del vero leader, e queste sono doti innegabili che lo rendono l’unica personalità che abbia la sostanza di essere miglior mastice nell’ambito di decine di idee programmatiche diverse ed a volte opposte.
Che l’era Berlusconi fosse finita ne avevamo già accennato più volte, evidenziandone anche i motivi più disparati, ma se dovessimo sostenere che il neo governo Prodi, o il parallelo segmento ombra, possano portare al nostro Paese benessere ed economia, sinceramente preferiamo restare scettici, anche in considerazione delle troppe incongruenze che hanno determinato una campagna elettorale durata cinque anni, e poi i tanti dubbi che hanno pervaso tutti all’indomani del voto politico che ha spaccato l’Italia in due tronconi numericamente quasi identici.
Ed è proprio questa spaccatura nel Paese che deve farci riflettere perché è impensabile portare avanti una legislatura confidando sul voto di fiducia relativamente ad una esigua maggioranza.

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venerdì, maggio 12, 2006

Un governo ufficiale ed un ombra. Questo è il destino che ci viene prospettato.

Un governo ufficiale ed un ombra. Questo è il destino che ci viene prospettato in queste ultime ore di accapigliamenti interpartitici per le poltrone ministeriali. Diventa difficile anche sol l’idea di poter stilare una lista di possibili responsabili di dicastero, e lo stesso ‘totoministri’ della carta stampata ne risente in maniera notevole.
All’indomani dell’elezione di Giorgio Napolitano a presidente della Repubblica, e dopo la scomposta euforia della sinistra italiana per l’invio al Quirinale di un ex Pci, il professor Prodi è costretto a fare i conti con l’imminenza dell’incarico di formare il nuovo governo e con le sue idee sempre più confuse a riguardo.
E mentre il premier uscente sentenziava l’accaparramento di tutte le cariche istituzionali da parte dell’Unione di centro sinistra, sull’altro versante resta incombente l’incognita di un Clemente Mastella papabile dappertutto, ma in effetti trascurato sulle grandi scelte.
Di certo il sindaco di Ceppaloni non è il tipo di farsi mettere da parte senza fulmini e saette,ma il suo ostentato silenzio di questi giorni, specie quello più che imbarazzato in una delle ultime puntate di ‘Porta a Porta’, la dice lunga sul suo stato di agitazione politica che ha come sfogo diretto un mal celato “si vis pacem parat bellum”.
D’altronde già dall’elezione del neo presidente Napolitano la maggioranza di centro sinistra ha dovuto ostentare una sorta di primo voto di fiducia, non volendo scendere a compromessi con un Cdl che, da parte sua, aveva presentato il suo candidato garante, mai in effetti preso in considerazione dall’attuale maggioranza.
Questo tipo di scontro è una premonizione per quelli che poi saranno le vere e proprie battaglie legislative durante i lavori del parlamento da questo momento in poi.
Si è parlato anche molto del caso D’Alema in queste ultime settimane, montando delle vere e proprie leggende metropolitane in merito al suo siluramento sia dalla carica di presidente della Camera dei Deputati, sia per la sua corsa repentina al Colle.
Ma nel premierato di Romano Prodi l’Italia avrà bisogno ineludibile di un governo ombra che regga i fili e le sorti di una coalizione tanto ampia ed eterogenea da lasciar presagire facili ed immediate rotture. E Massimo D’Alema, come già abbiamo avuto modo di sottolineare altrove, resta l’unico vero leader in grado di poter gestire ed assicurare il giusto collante alla possibile e nemmeno tanto remota debacle del governo che va a formasi.
Per cui restare libero da impegni di un certo calibro può rappresentare la via asettica verso Palazzo Chigi, o almeno quella che darebbe meno nell’occhio del cittadino attento ed edotto sull’andamento politico reale del nostro Paese.
E’ ovvio e scontato che a Massimo D’Alema va riconosciuta una spiccata intelligenza politica, la scaltrezza e la destrezza del vero leader, e queste sono doti innegabili che lo rendono l’unica personalità che abbia la sostanza di essere miglior mastice nell’ambito di decine di idee programmatiche diverse ed a volte opposte.
Che l’era Berlusconi fosse finita ne avevamo già accennato più volte, evidenziandone anche i motivi più disparati, ma se dovessimo sostenere che il governo Prodi, o il parallelo segmento ombra, possano portare al nostro Paese benessere ed economia, sinceramente preferiamo restare scettici, anche in considerazione delle troppe incongruenze che hanno determinato una campagna elettorale durata cinque anni, e poi i tanti dubbi che hanno pervaso tutti all’indomani del voto politico che ha spaccato l’Italia in due tronconi numericamente quasi identici.
Ed è proprio questa spaccatura nel Paese che deve farci riflettere perché è impensabile portare avanti una legislatura confidando sul voto di fiducia relativamente ad una esigua maggioranza.

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