-Intervento su “Giornalisti”, la rivista ufficiale di categoria-
L’avevo già detto e sottolineato, ma sulle mie parole si sono fatte orecchie da mercante.
Ho letto molto volentieri il pezzo di Simona Fossati sul numero di Maggio-Giugno 2006 della nostra rivista in merito alle “Dimensioni Precarie”, pubblicato a pagina 10, e con un certo stupore, ma non certo quello del neofita professionale, noto che la collega ha riproposto a chiare lettere un mio recente intervento su ‘Giornalisti’ riferito proprio al precariato pubblicistico professionale, alla Legge 150/2000 ignorata ed in alcuni casi calpestata nel sud Italia, come anche circa la figura dei freelance e le plateali ambiguità nell’esercizio della professione tra giornalisti pubblicisti ed i “blasonati” colleghi professionisti.
All’epoca del mio intervento, sul numero di Novembre-Dicembre 2004, a pagina 32- “Parliamo di più degli scugnizzi dell’Informazione”, il gentilissimo direttore Urbano mi liquidò sbrigativamente dicendosi non in accordo con quanto sostenevo, e senza però approfondire il problema che la collega Fossati evidenzia in maniera egregia, elargendo anche un ricettario, se così si può definire, per patologie professionali tanto profonde e radicate nel nostro Paese da essere diventate la consuetudine.
Mi rendo perfettamente conto che il mio intervento di allora andò a scoperchiare il classico pentolone nel quale non conviene ficcare il naso, come pure, che quelle affermazioni non furono firmate da penne d’oro del giornalismo tricolore, comunque mi sarei aspettato una risposa diversa o comunque meno evasiva di quella che mi fu elargita.
Nel leggere il pezzo della collega, posso dire a questo punto, di aver trovato parziale soddisfazione.
La Fossati individua la soluzione di tutti i problemi legati al vasto mondo del lavoro autonomo nella sola approvazione di un tariffario, come se esso non ci fosse e non fosse ben redatto ed economicamente tutelante per le diverse figure professionali che si muovono nell’orbita del giornalismo. Un tariffario esiste ma è come se non ci fosse, o è come se esso più che una obbligazione indviduasse un suggerimento per editori e/o imprenditori del settore.
Il problema, Egregio Direttore Urbano, è diverso e platealmente condiviso da tutti, anche se poi ‘esporsi in simili considerazioni possa sembrare politically uncorrect.
Per questa mia affermazione le porto subito un esempio classico sul vero problema insito nel pezzo della Fossati che in tal senso è sembrato volutamente generico.
Si può discutere quanto si vuole della legge 150/2000, ad esempio, che non si arriverà mai a capire i suoi termini di applicabilità, subordinata come è alla consuetudine clientelare come anche ai budget degli Enti Locali e delle Istituzioni individuate dalla Legge. E qui l’esempio che ho anticipato prima: in Campania, una delle regione con il maggior numero di giornalisti iscritti all’albo, ed in particolare in provincia di Benevento, la totalità degli enti locali, delle Istituzioni, delle manifestazioni di un certo spessore culturale come anche tutti gli eventi che vanno dal folklore all’enogastronomia e al turismo sono gestite, relativamente all’affidamento degli uffici stampa, da un numero ristrettissimo di giornalisti noti ed orientati. Allora io mi chiedo, e Le chiedo: Ma tutti gli altri giornalisti non noti e non orientati devono emigrare all’estero per poter avere una opportunità di lavorare ai sensi di una legge di questo Stato?
E’ ovvio che questa mia considerazione potrebbe essere estesa a tutta l’orbita mediatica locale, ma suppongo che basti ed avanzi sottoporre la questione della legge 150/2000 per far intendere che tutto il resto va anche peggio.




