mercoledì, novembre 22, 2006

“A cosa ci serve Napoli?” Una disquisizioni ‘politically uncorrect’, che tiene conto solo delle velleità altrui.Commento ad un articolo apparso su di un periodico sannita.

“Napoli capoluogo è stata la più grande disgrazia che potesse colpire la provincia di Benevento.”
Con questa drammatica affermazione parte un articolo apparso su di un periodico sannita qualche giorno fa.  Una forbita disquisizioni ‘politically uncorrect’, che tiene conto solo delle velleità partenopee, del ‘mangia mangia’ tricolore che a sud è divenuto consuetudinario almeno da Giolitti in poi. Ho letto con rammarico le affermazioni dell’articolista che evidentemente deve avere un astio particolare nei confronti della città all’ombra del Vesuvio.
Il catastrofismo politico e sociale che emerge dal testo dell’articolo non coincide pienamente con quella che è la realtà effettiva delle cose, ma appare essere solo una presa di posizione di uno dei simpatici aderenti al Molisannio fan club. Nel mangia mangia collettivo il ‘napoletanesimo’ arreca disturbo perché “riesce a fagocitare la quasi totalità di ogni finanziamento pubblico lasciando la povera provincia di Benevento sempre più povera e sempre più mortificata…”. Ma sarà vero? Ma sarà vero che con la sottile astuzia di quel movimento filosofico  noto come napoletanesimo tanti dei problemi di Napoli vengano programmati in modo tale da far cassa di finanziamenti lasciando all’asciutto le altre province che compongono la regione? Se questa affermazione, insita nell’articolo apparso sul periodico sannita, la si va a valutare sotto un profilo squisitamente politico allora, ad onor del vero, ci troveremmo costretti a sottolineare che non solo Napoli programma i suoi problemi tanto da fagocitare finanziamenti. Questa attitudine è meridionale, non napoletana, e sicuramente Benevento non è esente da certe astuzie in politica economica. Basti pensare alla miriade di Enti parastatali e langa manus di Istituzioni pubbliche nate come i funghi sul territorio sannita. Si ha forse il coraggio di affermare che quelle non sono ricettacoli di finanziamenti pubblici? La cosa più deprimente, poi, ed angosciante per la nostra europeità è leggere la beatificazione editoriale dei valori storici ed etnografici della discendenza sannita e montanara “coronati da quella dignità che appartiene solo agli uomini onesti e laboriosi, non contaminati da astuzie e furbizie putrescenti”. Con questa affermazione che ha del ridicolo, sul piano editoriale, e che può essere accettata solo in virtù del fatto che è una opinione, di riflesso si intende che i Napoletani sono una massa spongiforme di delinquenti, di mariuoli e disonesti che vivono sulle spalle dell’intera regione.
E infatti poi l’articolista incalza la dose gettando la città di Napoli nell’immondizia senza se e senza ma. Delinquenza e impunità sono all’ordine del giorno; a Napoli non va più nessuno se non è proprio strettamente necessario; le università si svuotano perché è troppo rischioso; la città è nel caos più totale grazie a tutti quei fattori per i quali la si demonizza quotidianamente.
Napoli, come tutte le grandi metropoli italiane ed europee è afflitta da tanti problemi che sono reali e non fittizi, che ci sono sempre e non certo vengono evidenziati all’unico scopo di intercettare lasciti statali. Il vero problema non è Napoli, ma è la fissazione, divenuta quasi psicopatia che Campobasso sia meglio, sia più sicura, più pronta, più efficiente, più vicina alle esigenze finanziarie di politici e politicanti, amministratori e amministrati. Il Molisannio è l’isola felice, nella quale la città di Benevento potrebbe addirittura assurgere al ruolo guida di una regione nata dal nulla e forse destinata al nulla; la brutta copia della Basilicata, per esempio. Allora non è Napoli ad avere velleità di egemonia politica ed economica, ma Benevento che oramai da tempo coltiva il sogno di degradare Campobasso a mera provincia.
Ma questo non avverrà mai e lo sanno tutti, politici e Istituzioni. Ma intanto continua ad essere trendy gettare fango sulla più bella città del mondo.

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martedì, novembre 21, 2006

Una scuola che sballa: un pianeta alla deriva.

Come sono lontani i tempi di Edmondo De Amicis; sembra di parlare del Neanderthal quando si fa cenno al libro 'Cuore', pietra miliare del sistema educativo che oramai appartiene alla preistoria. Che il pianeta scuola stia vagando negli spazi siderali senza una meta apparente è cosa risaputa, ma gli ultimi drammatici sviluppi di un fenomeno che può riassumersi, vox populi, nel "una scuola che non educa più", ci autorizza a riconsiderare a tutto tondo i problemi che affliggono il sistema scolastico tricolore.
Il vero problema, per entrare subito nel vivo della discussione, è che la scuola italiana è passata dagli stereotipi a tutti i costi all'emulazione a tutti i costi.
E' innegabile che il sistema anglosassone abbia fagocitato gran parte dei cari vecchi sistemi europei di educazione primaria e secondaria; ma non solo. Basti pensare al sistema scuola a stelle e strisce, dove ogni singolo edificio, grazie ai media e alla cinematografia, diveniva un piccolo Bronx, dove si faceva di tutto tranne che studiare.
Questa assurda insistenza sulla malavita scolastica, sul bullismo (termine prettamente anglosassone), sulla prevaricazione del più forte sul più debole ha generato nella scuola italiana la trasformazione radicale del tessuto sociale e culturale.
Per questi motivi il punto centrale della nostra analisi riguarda i modelli e non certo gli stereotipi. Con le innovazioni tecnologiche, attraverso il dirompente impatto dei media tradizionale come dei nuovi media, l'approccio con la quotidianeità è mutato radicalmente, anche con l'inversione di rotta del life style.
Se qualche decennio fa per attirare le attenzioni bastava atteggiarsi a sapientone, masticare di politica ed essere un dandy a tutti gli effetti, oggi per sortire lo stesso effetto basta essere un delinquente dalle mani facili, dall'analfabetismo incallito, con qualche etto di mariuana nascosta negli slip ed una sottospecie di pantalone abbottonato sulle natiche.
Dai fatti di questi ultimi tempi emerge un quadro della scuola che è lo specchio fedele della società attuale. D’altronde non è difficile constatare, anche attraverso le cronache, che la scuola non è più un santuario protetto ma il riflesso di una società che incontra grandissime difficoltà a gestire la violenza e l’aggressività che caratterizzano l’ambiente in cui vivono i nostri figli. Il clima di irritabilità e di violenza quotidiana si diffonde come per contagio e interessa anche i bambini più piccoli. La trasgressione delle regole diventa un fatto di ordinaria amministrazione e comporta una continua contestazione anche da parte degli alunni più piccoli che non sopportano alcun tipo di restrizione, e le frustrazioni che ne derivano.  Alla fine emerge una scuola luogo di confronti ed enormi speranze e, nel contempo, depositaria di tante angosce.

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