lunedì, marzo 26, 2007

Una frase scritta su di una lavagna mi ha intrigato: “Io vorrei soltanto che la scuola di colpo crollasse e tutti i professori cambiassero mestieri”.

Una scritta sulla lavagna di un liceo classico ha attratto la mia attenzione sia da cronista sia da osservatore dei mutamenti psico sociali.
“Io vorrei soltanto che la scuola di colpo crollasse e tutti i professori cambiassero mestieri”. (guarda la foto)
Assodato che non si tratta del solito terrorista islamico che nello zainetto al posto dei libri trasporta tritolo, la domanda ci viene spontanea: perché un atteggiamento tanto pessimista viene espresso da ragazzi nel fior fiore della gioventù?
Le risposte a questa domanda potrebbero essere molteplici ma suppongo che nessuna di esse riesca ad inquadrare il problema nella sua drammaticità.
Anche vi scrive è andato a scuola, ma non ha mai idealizzato il crollo di nulla, e nemmeno, e penso di interpretare i sentimenti della mai generazione, né il repentino cambiamento di mestiere dei signori professori.
La mai generazione, al massimo, si dedicava ai riti ‘celtici’ del filone e dell’impreparato patologico. Ma ci saremmo sognati di augurare eventi sismici per la nostra scuola.
Il malessere interiore che porta ad esternare simili considerazioni, e ad affidarli ad una lavagna, dovrebbe farci riflettere e condurre chi di dovere a cercare una alternativa ad un modo tanto chiuso di concepire la scuola. Una frase del genere mi conduce a pensare che chi l’ha scritta si sentisse in gabbia, incapace di esprime i propri sentimenti in maniera diversa se non quella di scontrarsi con un sistema che molto raramente garantisce a tutti il diritto di essere se stessi.
Questo non significa infrangere delle regole o calpestare le fondamenta stesse di una Istituzione nata per educare, ma almeno bisognerebbe accorgersi, e sarebbe ora di farlo, che le esigenze ed i bisogni delle nuove generazioni sono drasticamente mutate, grazie anche ad una società multietnica e multimediale che ha imposto, de facto, uno stile di vita diametralmente opposto ai vecchi contenitori scolastici.
Oggigiorno, invece, più che adeguarsi ai decenni che trascorrono, si pensa molto di più ad arginare fenomeni come il bullismo ed il cellulare in classe. Sono più che certo, come già avviene in altri paesi europei, che se la scuola italiana proponesse un diverso approccio alla cultura come alla formazione dei ragazzi, queste problematiche resterebbero circostanze isolate.

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martedì, marzo 20, 2007

Decreto ministeriale sui cellulari a scuola: un modo come un altro per coprire i veri problemi mortificando l’unica attitudine umana che ci rende ancora liberi: comunicare.

Che la scuola italiana fosse afflitta da problemi di natura psicologico didattica, come anche socio morali, era cosa risaputa, e ne abbiamo parlato abbondantemente, ma arrivare a vedere un ministro della Repubblica emanare un decreto salva tutto pensando solo di vietare i cellulari, mi sembra esageratamente ridicolo.
In una scuola dove il bullismo la fa da padrone, dove il sesso è divenuto esplicito e fenomeno da toilette scolastica se  non addirittura da corridoio, dove la cannabis impazza e pure la “verginità” mentale è andata abbondantemente a farsi benedire, il ministro Fioroni non trova alternativa più utile ed ingegnosa di vietare l’utilizzo dei cellulari durante le ore di lezione.
Se non è umorismo all’inglese questo?
Ma veramente si pensa di risollevare le sorti del pianeta scuola obbligando i ragazzi a tenere spenti i telefonini durante la mattinata in classe?
Si resta allibiti quando conduttori televisivi e giornalisti di un certo calibro e spessore mediatico si prestano a giocare a rimpiattino con le Istituzioni, pretendendo di far riflettere e riflettere a loro volta su circostanze che al massimo posso tangere l’economia ed il business dei vari gestori telefonici.
Ma i problemi, quelli veri, sono altri e più devastanti degli sms inviati ai fidanzati dai banchi di scuola, o quelli che si rilassano con i java game.
Bisognerebbe imparare a distogliere i ragazzi dal cellulare interessandoli maggiormente, coinvolgendoli i percorsi didattici meno blindati e più aggiornati ad una contemporaneità in continua mutazione. E’ questa la vera sfida della scuola moderna, ma costa fatica, ingegno, sensibilità e aggiornamento  a fronte di una globale impreparazione del personale docente.
E questo è l’altro cardine della crisi che investe la scuola di ogni ordine e grado.
Non se lo sarebbe aspettato nemmeno Edmondo De Amicis che la scuola un giorno avrebbe avuto la velleità di raddrizzare i modelli sociali e gli standard comportamentali di una modernità che ha ipertecnologizzato anche il pensiero.

postato da: rola alle ore 17:45 | Permalink | commenti
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