venerdì, novembre 23, 2007

La saga mafiosa e la tv degli Italiani. Salvatore Riina come Rambo. Ma cos’è la Mafia?

 

Dopo il grande successo televisivo della fiction biografia del capo dei capi di cosa nostra, viene spontaneo chiedersi ma cos’è la mafia, e se cosa nostra abbia le caratteristiche giuste per avere anche una fine.

Giustamente come è stato messo nella bocca di uno degli interpreti de “Il capo dei capi”, le brigate rosse sono state spazzate via perché erano una organizzazione esterna allo Stato. Ma la Mafia no, “la mafia è dentro lo Stato”.

La mafia non può morire, morirebbe anche lo Stato e i suoi equilibri, non avrebbe più senso la politica e la spartizione del potere, verremmo meno a quello che Filippo Marinetti intendeva per unica igiene del mondo (la guerra? ma quale di esse?). La mafia è come un battericida al di là della dannosità o meno dell'infezione. Guardando la fiction di canale5 mi son chiesto ora più che mai ma dov'era lo stato quando quelle auto si fermavano e ne uscivano missioni di morte? E' un po lo stesso discorso che oggi facciamo per Bin Laden... ma figurati se gli Americani con le tecnologie satellitari non sanno dove si nasconde il capo dei capi del terrore, il problema è che non conviene a nessuno catturarlo perchè gli equilibri, l'economia, gli stratosferici interessi di cassa si spezzerebbero irrimediabilmente. La mafia è stata ed è la stessa cosa: un ago della bilancia che imponeva ed impone l'equilibrio della spartizione.

postato da: rola alle ore 08:44 | Permalink | commenti
categoria:
lunedì, novembre 19, 2007

Il Partito del popolo italiano delle libertà. Lo scisma di Silvio Berlusconi manderà in frantumi la Cdl? Bravo Silvio, cos’ si fa!!

 

L’esperienza politica di Forza Italia, e forse di tutta la Cdl è chiusa, ed a sbattere il portone è stato proprio lo stesso fondatore, Silvio Berlusconi, che ha ideato una nuova realtà politica: il Partito del popolo italiano delle libertà.

Giusta o sbagliata, l’idea di Berlusconi giunge a coronamento di una serie interminabile di sconfitte politiche da parte di una coalizione sempre più imprigionata nelle logiche di spartizione delle briciole che cadono dal cigolante carrozzone prodiano e dai soliti ed arcinoti dictat dell’homo ceppalonensis che fa la differenza almeno da un trentennio a questa parte.

Deluso e stanco di essere utilizzato come una marionetta, come quel che deve andare avanti perché a me vien da ridere, Berlusconi ha osato. E quando lui osa, è un po come se un branco di dinosauri attraversasse un centro abitato: restano solo le orme.

Tutto da ridere è l’intervento di Walter Veltroni, attuale leader del partito Democratico, altra neo formazione ideologa del nulla, che appresa la notizia del ‘Berlusconi bis’ si è affrettato a dichiarare che l’idea dell’ex presidente del Consiglio è frutto dell’accertata sconfitta politica.

Eppure Veltroni sa benissimo che Berlusconi non ha perso le elezioni, gliele hanno fatte perdere, e i dati delle urne sono stati finanche troppo chiari. Ma, si sa, che in Italia non esiste sillaba senza la sua pertinente demagogia.

E’ certo che dopo le oltre 7 milioni di firme raccolte in Italia solo nell’ultimo weekend, il nuovo schieramento fungerà da terremoto, specie nei confronti di una maggioranza che resta unita solo a seguito di lasciti ed elargizioni politiche e non in seno al parlamento. Per capire come funziona il governo Prodi basta ripassare un po di storia inglese al tempo dei Plantageneti, quando i re per tenersi calmi ed ubbidienti i nobili concedevano di tutto, persino il ritorno dello ‘ius primae noctis’ pur di avere il loro appoggio incondizionato e senza troppe domande. Dopotutto il potere è come l’oro, fa resuscitare i cadaveri più putrefatti e fa tornare la vista ai non vedenti congeniti.

Ma Berlusconi non si intende di ‘ius’ medioevalis, lui è un tipo moderno, un trascinatore di popolo a suon di proclami: l’Italia delle tre ‘i’ inglese, informatica e imprenditoria, lui non ha intenzione di corrompere i baroni e i nobili, (al massimo qualche toga, ma questa è un’altra storia) perché non ne troverebbe; il suo è solo un urgente bisogno di far pulizia in una coalizione che pur avendo la vittoria in tasca non ha saputo reagire alla confusionalità delle idee avversarie.

Vuole restare fuori dal “teatrino della politica”, dall’alto della sua torre costruita su quasi 8 milioni di firme, ed osservare come gabbiano i mutamenti climatici di un oceano di parole dette e dimenticate contemporaneamente.

Ma questa sorta di scisma di Silvio Berlusconi, che tra le altre cose ha annunciato di voler lasciare la Casa delle Libertà,  manderà in frantumi il Polo avverso al professore bolognese?

Di certo mancheranno i numeri, e la matematica è una scienza esatta.

Bravo Silvio, cos’ si fa!!

postato da: rola alle ore 10:23 | Permalink | commenti
categoria:
giovedì, novembre 15, 2007

Morti assurde ed inquietanti prospettive.

Sono profondamente addolorato per la morte del giovane tifoso ad Arezzo, una circostanza ripugnante, non classificabile in una Italia che tutti definiamo civile.
Una morte assurda, come tante, in una società fatta solo di luccichii e di evanescenze ad ornamento del mondo del calcio, sempre più malcelato business sulle spalle di fans, ultrà, e gente che ancora ci crede.
Ma ai freddi fatti di cronaca seguono delle sacrosante domande, quelle stesse che i politici non osano rivolgersi, e che nessuno ha la benché minimi intenzione di chiarire: PERCHE’?
Il ministro Amato, interrogato in palamento, si è ben trincerato dietro la demagogia politica di un governo giunto alla frutta, come pure la ‘ministra’ Meandri ha saputo esternare solo il suo cordoglio personale, più che cercare di rispondere con fatti concreti e con idee sagge.
Ma si sa che se non ci fossero fans, ultrà e gente comune che ancora intravede nel calcio uno spazio asettico che non è, il mondo dello sport italiano batterebbe cassa, e sarebbe pure peggio. Di fronte ad interessi economici stratosferici valgono le leggi machiavelliche e così il tutto si riduce a mera cronaca da stadio e non.
Da parte loro, le forze dell’ordine, quotidianamente in trincea cercano di svolgere al meglio i loro compiti di controllo e prevenzione ma con varianti che hanno dell’agghiacciante. Oramai, in tutte le grandi metropoli, ed in luoghi sensibili come gli stadi ed al di fuori di essi, i tutori dell’ordine pubblico vivono il grande terrore islamico che va ben oltre la routine di supervisione del territorio e la prevenzione dei reati contro la persona, il patrimonio e via discorrendo.
E’ dall’11 settembre 2001 che è in atto una sorta di lavaggio del cervello delle polizie mondiali contro Bin Laden e le sue decine di migliaia di adepti pronti a farsi saltare in aria dovunque sul globo.
E’ in buona sostanza una politica del terrore che rischia il collasso nervoso di chi poi è preposto al controllo ed alla vigilanza sugli eventi sociali.
La Polizia di Stato, come gli altri corpi di pubblica sicurezza stanno risentendo molto di questa fobia collettiva che investe lo stivale per intero.
Prima che l’istinto del dovere, scatta l’istintiva paura nei confronti di un nemico invisibile con il quale è possibile trattare solo estraendo la pistola d’ordinanza dalla fondina. Ma a che prezzo?
Anche una lite tra tifosi in un’area di servizio di una autostrada qualsiasi potrebbe rappresentare una minaccia per l’incolumità nazionale, specie se la rilevante distanza tra i tutori dell’ordine e la circostanza in se per se impedisce di realizzare l’accadimento.
E’ a questo punto che scatta la fobia, nell’impossibilità di raggiungere, in tempi rapidi, l’autogrill sull’opposto senso di marcia. Parte accidentalmente un colpo a pistola già estratta ed è tragedia.
Cosa sarà passato per la testa del poliziotto che con un’arma tra le mani si è lasciato scappare il grilletto ad altezza d’uomo? Il manuale imporrebbe lo sparo intimidatorio in aria.
Al di là dei processi all’intenzione resta una certezza: il terrorismo, di qualsiasi natura esso sia, ci ha relegato a vivere in una società blindata fatta di sospetti, di paure e di incertezze, dove l’unica gioia è tra le mura domestiche, sempre sperando che nessun slavo, gitano o irregolare vi entri e spezzi quell’unico ed incommensurabile calore.

postato da: rola alle ore 10:05 | Permalink | commenti
categoria:
sabato, novembre 10, 2007

Napoli, il degrado e la legalità perduta. Un discorso di parte per una classe di parte.

“Napoli sta morendo a causa del continuo degrado alimentato da una classe politica latitante”.
Ho letto questa affermazione su di un volantino di protesta rionale contro il degrado della città, contro l’assenza di legalità e dei principi fondamentali di civile, ordinata e pacifica convivenza.
Francamente mi è parso strano leggere simili parole in nero grassetto su foglietti di carta volanti tra le strade ed i vicoli della Napoli antica, nel cuore della filosofia tutta partenopea del sopravvivere e del tirare  campare. La cosa poi è diventata più interessante quando girato il volantino mi sono accorto che ha brandire la sciabola della protesta erano i cittadini del quartiere Chiaia, per capirci quelli che ogni sera fanno la fila davanti all’Emporio Hogan, e non si cimentano in una passeggiata se prima non indossano un capo Armani, Trussardi e quant’altro.
La Napoli che conta, in due parole, i residenti di un quartiere che conduce al gotha della ricchezza posillipiana, dove l’essere snob o radical chic è un dovere morale prima che sociale.
Tutta gente onesta, per l’amor’ di Dio, persone che si sono ritrovate così per incanto a fare gli armatori, gli avvocati forensi, i finanzieri e faccendieri, i politici, gli imprenditori di import export o i luminari della medicina, d’altronde nessun essere mortale potrebbe permettersi il lusso di acquistare una abitazione da queste parti sborsando dal milione di euro in su.
Eppure, nonostante l’ostentato benessere e l’apatia congenita nei confronti della città di serie b e c, hanno trovato il tempo di protestare contro un degrado che comunque non li appartiene. Che Napoli vada in mal ora non ha mai rappresentato un problema per una certa fetta della società partenopea, ma pare che adesso lo sia diventato. Perché? Forse è questa la domanda da un milione di dollari che non troverebbe adeguata risposta se non considerando forma mentis e modus vivendi di questa non molto sostanziosa porzione di cittadini  a cui l’ambulantaggio, la povertà, i rifiuti e la delinquenza in generale sono cominciati ad andar stretti.
Ma non sarà un po la filosofia del “mors tua vita mea”? Può darsi, ma non è di mio gradimento sintetizzare il problema in maniera tanto ermetica.
Napoli è una città universalmente conosciuta non solo per la pizza, ma anche per le sue grandi contrapposizioni secolari tra la nobiltà, che in effetti non è mai decaduta, e l’infido mariuolo di strada che per campare (una volta) borseggia di qua e di là indisturbatamente alla ricerca di soldi facili senza che questi debbano bagnarsi col sudore della fronte, per intenderci.
Una morale sui generis, ma per niente distante da quella dell’altra fetta della società in protesta per questi medesimi motivi. Come dice l’adagio popolare: colui ce ha la pancia piena, difficilmente crederà a chi è a digiuno. E’ questa dicotomia sociale a rendere Napoli la capitale mondiale dell’arrangiarsi, anche se questa tecnica di sopravvivenza, antica come il mondo, a qualcuno da non poco disturbo.
A questo punto mi chiedo che fastidio sociale o piscicologico danno gli ambulanti, gli elemosinanti, o i barboni? Mica tutti hanno la possibilità di andare a fare shopping a Chiaia con la carta di credito, calzati in scarpe da 500 euro.
Perché prendersela con i rifiuti se esiste una emergenza in tal senso che investe l’intera regione?
E poi perché invocare la maggiore presenza delle forze dell’ordine quando a Napoli, ultimamente, sono più divise e falchi in circolazione che non la gente comune?
Ma la ciliegina sulla torta è sicuramente la più scontata delle esternazioni di rabbia sociale: “…a causa di una classe politica latitante”.
Chissà chi l’avrà votata questa classe politica latitante, e a fronte di cosa certe scelte sono ricadute su persone alle quali poi addossare la responsabilità del degrado di Napoli.
“E’ ora di dire basta”, ma basta a cosa? Può mai essere giustizia sociale quella di avere una porzione della società cittadina extra ricca ed un buon 80% che o è costretto ad arrangiarsi per sopravvivere perché disoccupati cronici o parte che non ha nemmeno il coraggio di quello ed è costretta ad elemosinare?
Sono forse queste le visioni che ripugnano la classe ‘In’ di Napoli, la vipperia spensierata che ha pur tutto il diritto di spendere a piacimento i propri milioni, ma almeno non andasse a ficcare il naso su come pochi spiccioli entrino nelle tasche degli altri.
Si è forse mai chiesto una qualsiasi famigliola che abita in 6 vani più servizi e balconata sul mare come vive un’altra qualsiasi famigliola di 4 persone in monolocale ai Quartieri spagnoli o nei vicoli e violetti di spacca Napoli?
Come si fa in queste condizioni sociali, in questo umus, a parlare di legalità?
Dov’è lo Stato a Napoli, ma non quello in divisa, quello che è al fianco delle gente per risolvere le vicissitudini di tutti i giorni, dal posto di lavoro alla casa, alla dignità di esistere come cittadini di questa Repubblica. Napoli ha bisogno di questo rapporto, di questa intima congiuntura con i palazzi del potere nazionale per venir fuori da quel degrado di cui tanti ci si riempie la bocca.
Ma a chi conviene che ne esca?

postato da: rola alle ore 17:40 | Permalink | commenti (2)
categoria:
martedì, novembre 06, 2007

Napoli, il suo mare, i sui gabbiani, i suoi pescatori: un connubio inscindibile da millenni. La Napoli acquatica come non l’avete mai vista.

Parlare di Napoli è fin troppo semplice, specie se si mette mano a quegli stereotipi che hanno fatto della città di Totò il centro universale della pizza, delle sfogliatelle, dei babà e del mal’affare.
Ma al di là dei sapori, dei colori e del costume, Napoli è soprattutto mare, pescatori, barche, gabbiani, un connubio inscindibile che dura da millenni e che ha sempre incantato tutti. Un viaggio in questa realtà incantata ci conduce indietro nel tempo, ci fa riflettere sulle vere origini di una metropoli che ha costruito i suoi grattacieli ma ha un cuore antico palpitante di tradizioni e di salsedine.
E’ così che nasce la volontà di parlare per immagini della Napoli acquatica, fatta di mare, di pesci, di barche e pescatori, in un contesto scenografico unico l mondo che né i Napoletani, né la politica riesce a preservare e valorizzare adeguatamente.
Vi propongo così una quarantina di scatti di quella città che fa sognare, in un tempo in cui l’inganno e la sporcizia tentano quotidianamente di seppellire.

il Servizio di Rosario Lavorgna

postato da: rola alle ore 20:41 | Permalink | commenti
categoria: