giovedì, agosto 14, 2008

polizia_romFAMIGLIA CRISTIANA "SPERIAMO NON TORNI IL FASCISMO"

<<Speriamo che che in Italia non stia rinascendo "sotto altre forme il fascismo". Famiglia Cristiana insorge contro le accuse di "cattocomunismo" rivolte al settimanale cattolico da esponenti della maggioranza che ritengono infondate le critiche al Governo, soprattutto in tema di sicurezza>>. (www.agi.it)

E' a dir poco infelice l'uscita editoriale del settimanale Famiglia Cristiana che, contro il governo Berlusconi, spara a zero soprattutto sul tema sicurezza. E' probabile che dalle colonne della rivista più diffusa tra le famiglie italiane, qualcosa sia sfuggito al costante controllo della Chiesa e che sfoghi dai toni foschi siano potuti emrgere rispetto ad una realtà che poi non è così drammatica come quella che si vuole, a tutti i costi, mostrare. Che vi sia una regia occulta dietro le esternazioni giornalistiche dell'editorialista? Sarebbe il colmo se pure la blasonata Famiglia Cristiana si facesse manovrare da quei poteri la cui accesa porpora non riguarda l'abito...

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lunedì, luglio 14, 2008
La Campania attende una svolta dopo lo tsunami ‘spazzatura’
 
protesta_contro_bassolinoSfumato il grande dramma rifiuti, digerita la polpetta ‘esercito’ a guardia delle discariche individuate dal piano Bertolaso, fagocitato il concetto di Napoli capitale del governo Berlusconi, assodato che la grande metropoli partenopea è tornata prepotente in balia del turismo di massa, resta un unico nodo ancora da sciogliere, uno di quei nodi marinari che fanno perdere il sonno a cittadini ed istituzioni centrali: il governo regionale della Campania.
Un detto molto popolare recita: ‘passato il santo, passata la festa’; motto molto assimilabile anche in politica per intendere il clima politico ed istituzionale che si vive in quelle di Via S. Lucia. Dopotutto, la grande tragedia rifiuti ha riposto tutto in discussione, generando una frattura insanabile tra i cittadini e le istituzioni in un clima di demagogia alla stato puro che ha condotto alla deriva il rapporto stesso tra convivenza e democrazia.
La Campania dei rifiuti ha ricordato a molti l’Italia delle BR, gli anni di piombo, nei quali lo Stato si trovò costretto a dichiarare guerra al terrorismo, ed a scendere direttamente sul campo di battaglia con tutti i mezzi a disposizione; l’Italia militarizzata dei ‘vespri siciliani’ contro la criminalità organizzata.
La stessa cosa è successa per la spazzatura a Napoli ed in Campania: lo Stato è dovuto scendere sul terreno dello scontro, assumendosi le sue responsabilità anche per conto terzi, per un problema sottovalutato, economicamente trascinato in quanto business, politicamente sfavorevole alle logiche di asservimento e di clientela elettorale. E mentre il clientelismo si gonfiava di danaro pubblico e privato, la gente respirava diossina e moriva nel putrido fetore dei soldi.
A cosa sono servite le inchieste della magistratura, ad elencare i colpevoli di cui l’Italia aveva già cognizione da almeno 3 lustri? In un paese civile e socialmente evoluto il presidente della Repubblica, vista la gravissima situazione che ha annientato l’immagine di una nazione agli occhi della comunità internazionale, avrebbe dovuto immediatamente usufruire del diritto sancitogli dalla costituzione e sciogliere il governo regionale. Ma questo non è avvenuto, e non avverrà. I motivi sono semplici da capire: interessi politici. Se il Quirinale avesse sciolto il governo Bassolino sarebbe stato impossibile, o almeno impopolare presentare liste di sinistra alle prossime elezioni. Qualcuno potrebbe sostenere, come già si è sentito in giro, che ciò non avrebbe assicurato la democrazia e la pluralità nella prossima competizione elettorale. Ma il problema vero è che commissariale un governo regionale condotto nel baratro dalla sinistra avrebbe voluto dire la vittoria a tavolino di Berlusconi e del Popolo delle Libertà in una regione dove sono troppi gli interessi cooperativi e dove avrebbe addirittura traballato il feudo Mastella.
Intanto, i responsabili di questa disumana tragedia sono ancora lì, al loro posto e attendono fiduciosi che passi il santo e quindi passi la festa.
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giovedì, giugno 26, 2008

berlusca_manetteBerlusconi: «Vogliono darmi sei anni e farmi dimettere»

Giudici metastasi della democrazia? "...i magistrati italiani tengono da troppo tempo sotto ricatto la democrazia del nostro Paese."

Parole pesantissime ma che rendono non solo l'idea di quella che è, purtroppo, la realtà, ma ciò che è divenuto il molto ex ius rappresentato da una bilancia che, in questi anni, ispira solo ilarità. Certo non bisognava attendere Berlusconi per capire che la LEGGE in Italia, dai tempi di Tangentopoli da me ribattezzata la Matrix dell'evuluzione politica della giustizia, ha preso un piega diversa da quella per la quale è stata partorita da Giustiniano qualche millennio fa. Ma la csa più simpatica, si fa per dire, è che mai il diritto civile o penale che sia si era scagliato contro l'altro diritto, quello per antonomasia in democrazia: la sovranità popolare. "Tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge", recita il codice; una versione più esplicita del 'dura lex sed lex', ma in pochi, anzi pochissimi oggi ammettono l'esistenza di una ispirazione sovraumana che recita da millenni: 'vox populi vox dei'. Una formula del diritto che ha gettato le vere basi della democrazia. La conosceva persino Pericle, ma ad Anonio Di Pietro non è mai scesa tanto da restare come groppo tra esofago e trachea. Hanno già vasectomizzato la prima repubblica, la seconda ci ha pensato autonomamente, la terza è lì lì per tracimare a causa dell'abbondante flusso penale e le piogge monsoniche che giungono ininterrotte dai palazzi della giustizia. Poteri forti ed occulti, preoccupati più della durata di un governo in carica e quindi di una classe dirigente nella stanza dei bottoni che di amministrare una giustizia che da giusta è divenuta parziale, faziosa e poco incline al compito da svolgere per conto ed in nome del popolo sovrano. Sarà forse per questo che Berlusconi impreca tutti i giorni e soffia bordate contro una istituzione che è divenuta troppo simile alla politica tanto da emularla. Ma si sà: chi pratica con lo zoppo, impara a zoppicare... 

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sabato, giugno 21, 2008
Mastella: prove tecniche di ri-politica. Si riparte da Agnano, come tutti i cavalli di razza
 
clemente_mastella_0608Dopo un veloce censimento di ciò che gli è rimasto intorno e con un rapido riordino di idee e di target ormai frantumati in aule di tribunale, Clemente Mastella ha rifatto la valigia premurandosi di sistemarvi all’interno prima di tutto le sue speranze. Munito di simbolo e di un enturage nuovo di zecca l’ex ministro della giustizia ha tenuto ad Agnano una conferenza nella quale ha ri programmato una azione politica che non lascia dubbi o preplessità di sorta, tanto è sempre la stessa. I numeri ci sono, il vessillo pure, il leader è solo passato dal parrucchiere, e le idee cascano a iosa per tentare la scalata, magari, alle prossime regionali, visto anche l’indice di gradimento di Bassolino colato a picco grazie all’emergenza rifiuti.
E chi ci dice che i Mastella non siano andati più volte a Pietrelcina a ringraziare il santo sannita con le stimmate proprio per la tragedia monnezza che è riuscita, da sola, a spazzare via una classe politica che lo stesso Clemente non ha mai digerito? Nessun suo ribaltone, in trent’anni e passa di politica attiva er mai riuscito a sorbire lo stesso effetto cataclismatico che ha provocato l’immondizia napoletana in pochi mesi.
Mastella non sale sul carro del vincitore, ma affitta un carro vuoto, dove sistemare idee e uomini alla ricerca di un riscatto personale prima che politico che gli garantisca una catarsi sociale prima che di palazzo. Per questo sceglie Agnano, sperando nell’effetto ippodromo…
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venerdì, giugno 20, 2008
Carlo Vulpio : "Roba nostra": la cancrena di una modernità antica. Un commento veloce...
mastel_giudiceIn un periodo storico di maxi processi, maxi accuse, maxi condanne e maxi fregature, qualcuno tornò a volare sul nido del cuculo. Giustizialismo a parte, ideologia a parte, Travaglio a parte, ‘Roba Nostra’, l’ultima fatica editoriale del collega Carlo Vulpio, che ho avuto modo di sfogliare in anteprima, rappresenta un robusto atto di accusa contro le corsie preferenziali della politica meridionale rea, tra l’altro, di non aver mai dimesso i panni del lupo nel panorama bucolico di una società analfabeta a cui portar via soldi e voti. In questo umus si torna a parlare di “partiti- famiglia, formula di grande successo in Sicilia, Calabria, Basilicata, Campania, Puglia, Molise, cioè quelle macchine oleatissime con cui si smistano i fondi nazionali ed europei, si assegnano gli appalti, si decide la fortuna o la sfortuna nelle carriere pubbliche, a cominciare dalla magistratura”. E’ ovvio e scontato che non serve fare nomi per capire la traiettoria campana del libro del libro di Vulpio. Un centro che non è mi stato sinistro o destro ma solo longa manus di quello scudo crociato che ha fagocitato mezzo secolo d’Italia ma che poi ha dovuto, inevitabilmente, fare i conti con i poteri occulti della post modernità fatta di fittissimi intrecci di interesse che hanno rubato il sonno di mezza magistratura tricolore e monocolore. Pur non capendo l’incipit iniziale di un missile balistico di fabbricazione cinese del giornalismo italiano come Marco Travaglio, il libro di Vulpio rappresenta l’abbecedario sociale del malaffare, presentando in chiave verghiana la “roba nostra”, la vera cancrena di una modernità che non è mai stata più antica.
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