La Campania attende una svolta dopo lo tsunami ‘spazzatura’
Sfumato il grande dramma rifiuti, digerita la polpetta ‘esercito’ a guardia delle discariche individuate dal piano Bertolaso, fagocitato il concetto di Napoli capitale del governo Berlusconi, assodato che la grande metropoli partenopea è tornata prepotente in balia del turismo di massa, resta un unico nodo ancora da sciogliere, uno di quei nodi marinari che fanno perdere il sonno a cittadini ed istituzioni centrali: il governo regionale della Campania.Un detto molto popolare recita: ‘passato il santo, passata la festa’; motto molto assimilabile anche in politica per intendere il clima politico ed istituzionale che si vive in quelle di Via S. Lucia. Dopotutto, la grande tragedia rifiuti ha riposto tutto in discussione, generando una frattura insanabile tra i cittadini e le istituzioni in un clima di demagogia alla stato puro che ha condotto alla deriva il rapporto stesso tra convivenza e democrazia.
La Campania dei rifiuti ha ricordato a molti l’Italia delle BR, gli anni di piombo, nei quali lo Stato si trovò costretto a dichiarare guerra al terrorismo, ed a scendere direttamente sul campo di battaglia con tutti i mezzi a disposizione; l’Italia militarizzata dei ‘vespri siciliani’ contro la criminalità organizzata.
La stessa cosa è successa per la spazzatura a Napoli ed in Campania: lo Stato è dovuto scendere sul terreno dello scontro, assumendosi le sue responsabilità anche per conto terzi, per un problema sottovalutato, economicamente trascinato in quanto business, politicamente sfavorevole alle logiche di asservimento e di clientela elettorale. E mentre il clientelismo si gonfiava di danaro pubblico e privato, la gente respirava diossina e moriva nel putrido fetore dei soldi.
A cosa sono servite le inchieste della magistratura, ad elencare i colpevoli di cui l’Italia aveva già cognizione da almeno 3 lustri? In un paese civile e socialmente evoluto il presidente della Repubblica, vista la gravissima situazione che ha annientato l’immagine di una nazione agli occhi della comunità internazionale, avrebbe dovuto immediatamente usufruire del diritto sancitogli dalla costituzione e sciogliere il governo regionale. Ma questo non è avvenuto, e non avverrà. I motivi sono semplici da capire: interessi politici. Se il Quirinale avesse sciolto il governo Bassolino sarebbe stato impossibile, o almeno impopolare presentare liste di sinistra alle prossime elezioni. Qualcuno potrebbe sostenere, come già si è sentito in giro, che ciò non avrebbe assicurato la democrazia e la pluralità nella prossima competizione elettorale. Ma il problema vero è che commissariale un governo regionale condotto nel baratro dalla sinistra avrebbe voluto dire la vittoria a tavolino di Berlusconi e del Popolo delle Libertà in una regione dove sono troppi gli interessi cooperativi e dove avrebbe addirittura traballato il feudo Mastella.
Intanto, i responsabili di questa disumana tragedia sono ancora lì, al loro posto e attendono fiduciosi che passi il santo e quindi passi la festa.





